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I moti del 1898 a Milano: la rivolta e i cannoni di Bava Beccaris

Stampa d'epoca dei moti di Milano del 1898 con le barricate nelle strade
I moti del 1898, la più grave sollevazione popolare della storia di Milano.

"Io avevo dodici anni ed ero in classe ad assistere alla lezione della mattinata, quando il direttore della scuola entrò, parlottò col maestro, e costui, rivolto a noi, disse: – Dovete andare a casa subito. C'è qualche disordine. È meglio che rientriate nelle vostre famiglie –". Così scriveva Eligio Possenti rievocando la Milano della sua fanciullezza e l'aria che vi tirava quel 6 di maggio del 1898.

Le cause: fame e carestia

Un'aria di tempesta, assai simile a quella che, giusto 270 anni prima, aveva preannunciato il famoso tumulto di San Martino di manzoniana memoria. Analoga era anche la causa, cioè la carestia, e con essa "quel suo doloroso, ma salutevole come inevitabile effetto, il rincaro". Questa volta, tuttavia, al notevole aumento del prezzo del grano e del pane si aggiunge la diminuzione dei salari del proletariato, sul quale è in gran parte ricaduto il peso della grave crisi economica che travaglia la nazione: basti pensare che nella Milano del '98 un operaio guadagnava 18 centesimi all'ora, e per acquistare un chilo di pane ne occorrevano 40.

Dalla protesta alla rivolta

Da ciò il diffuso malcontento popolare che, sostenuto dalle Sinistre per la prima volta alleate, sfocia nell'imponente manifestazione di protesta del 6 maggio. Che poi questa sia rapidamente degenerata nella più grave sollevazione di popolo che la storia di Milano ricordi è circostanza da attribuire, non tanto a un preciso disegno eversivo dei dimostranti, quanto alla ferocia della repressione governativa, incoraggiata dagli ambienti conservatori che in quell'alleanza vedono un attentato ai propri privilegi.

La rivolta dei poveri, come qualcuno la chiamerà, dura quattro giorni, dal 6 al 9 maggio, e vede schierati circa 40 mila dimostranti, armati soprattutto di fame, contro 20 mila militari in assetto di guerra. I primi scontri avvengono nel pomeriggio di venerdì 6 maggio, quando il malcontento esplode dopo l'arresto di alcuni operai della Pirelli: la truppa spara contro la folla che assedia la questura, e alcuni morti restano sul terreno. Il giorno seguente, 7 maggio, viene proclamato lo sciopero generale. Dall'altra parte si risponde con lo stato d'assedio: è la guerra civile.

La repressione di Bava Beccaris

Il comando viene affidato al generale Fiorenzo Bava Beccaris, nominato regio commissario con pieni poteri. Dai tetti e dalle finestre i dimostranti lanciano tegole e mattoni contro i militari che avanzano sparando; le strade, disselciate per ricavarne proiettili, si tingono di sangue. I tram vengono fatti deragliare e posti di traverso per fiaccare l'impeto della cavalleria. A Porta Venezia, Vittoria, Romana, Ticinese e Garibaldi vengono erette, come nel '48 contro gli austriaci, le barricate, mentre lungo i Bastioni volteggiano gli squadroni della cavalleria a sciabole sguainate.

Ovunque l'aria è lacerata dalle scariche di fucileria, cui fa eco il rombo dei cannoni attestati a Porta Genova, a Sant'Eustorgio, al Castello. L'ordine di Bava Beccaris è di sparare "ad alzo zero" contro la folla: è questa la scelta che farà passare alla storia i "cannoni di Bava Beccaris" come simbolo di una repressione insensata e spietata.

L'episodio del convento dei Cappuccini

Lo scenario non muta il giorno 9, che cade di lunedì e registra un odioso episodio di cui si rende responsabile la truppa. All'inizio del viale Monforte — in seguito ribattezzato viale Piave — sorge un convento di Cappuccini. All'alba, un militare appostato col binocolo scambia per rivoltosi alcuni mendicanti che attendono presso la porta del convento la quotidiana razione di minestra, e lancia l'allarme. In breve una batteria di cannoni viene distaccata sui prospicienti Bastioni (oggi viale Majno): partono alcuni colpi che aprono una breccia nel muro e, attraverso di essa, irrompono i fanti con le baionette innestate.

Il convento è ispezionato alla vana ricerca di armi, poi frati e "barboni" vengono allineati e minacciati di fucilazione. Bilancio dell'"impresa": due mendicanti uccisi e una decina di feriti. Inutili le proteste dei Padri che, anzi, sono tradotti in Prefettura tra due ali di truppa, dove subiscono un'umiliante perquisizione. Finirebbero in carcere se non fosse per alcuni illustri cittadini, capeggiati da don Achille Ratti — il futuro papa Pio XI — che garantiscono per i Cappuccini ottenendone il rilascio.

Il bilancio e le conseguenze

I moti si concludono lo stesso 9 maggio, verso sera, dopo che alla Foppa l'ultima barricata degli insorti è espugnata dai bersaglieri. Mentre la piazza del Duomo è ancora ingombra di truppa e carriaggi, le vetture della Croce Rossa percorrono lentamente le strade per raccogliere morti e feriti. Il numero esatto delle vittime non è mai stato accertato: secondo i resoconti ufficiali della Prefettura furono circa 80 i morti e 450 i feriti, ma le fonti d'opposizione — a partire dal cronista Paolo Valera — parlarono di numeri ben più alti, fino a 300-350 morti; molte famiglie, per timore di rappresaglie, non denunciarono i propri caduti. Tra i militari si contarono appena due morti. Gli arresti furono migliaia, e tra loro figurarono Filippo Turati, Anna Kuliscioff e don Davide Albertario.

Un mese dopo, il re Umberto I concede a Bava Beccaris la Croce di Grand'Ufficiale dell'Ordine Militare di Savoia "per il grande servizio reso alle istituzioni e alla civiltà", e lo nomina senatore. Una decisione che scava un solco profondo tra la monarchia e larghi strati della popolazione: il generale passa alla storia come "il macellaio di Milano". Due anni dopo, il 29 luglio 1900, l'anarchico Gaetano Bresci uccide il re a Monza, dichiarando di voler vendicare i morti del '98. Quanto a Bava Beccaris, visse fino a 93 anni: morì a Roma nel 1924.

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