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Il bestiario medievale: il significato simbolico degli animali nell'arte cristiana

  • Redazione MilanoFree.it
Miniatura di bestiario medievale con animali simbolici

Leoni, cervi, draghi, pesci, serpenti, sirene. Sulle facciate delle cattedrali, sui capitelli delle chiese medievali, sulle pagine di antichi codici è tutto un agitarsi di creature animali, reali o fantastiche, mansuete o feroci. Sono i bestiari: sorprendenti raccolte di conoscenze che oggi non riusciamo più a “leggere” con immediatezza, ma che per l’uomo medievale erano un vero e proprio manuale di dottrina.

Il Physiologus, da cui tutto ebbe inizio

Tutto ebbe inizio con il Physiologus, testo ellenistico databile tra il IV e il II secolo a.C. che ebbe una diffusione straordinaria: nel Medioevo venne reinterpretato in chiave cristiana e andò a ispirare la scultura romanica.

Le conoscenze dell’epoca usavano legare ogni bestia, pianta o minerale a una forma di sapere che discendeva dalla sua forma e dalla sua natura. Si sviluppò così la simbologia dei bestiari, antichissimi testi in cui gli animali raffiguravano non soltanto i vizi umani, ma anche gli insegnamenti morali e spirituali della dottrina cristiana.

I motivi che spinsero i primi amanuensi, in particolare irlandesi, a stilare raccolte di animali fantastici sono svariati: la carenza di conoscenze scientifiche come le intendiamo oggi, unita all’attaccamento per la tradizione orale e all’interesse per le terre lontane; la paura reverenziale delle foreste vergini; i perigliosi viaggi per mare e per deserti, lungo rotte perdute che portavano a Oriente, verso la Terra Santa e oltre, fino ai confini della Terra. Tutto contribuì ad alimentare i viaggi onirici della fantasia umana.

La paura della foresta

Animali fantastici raffigurati in un codice miniato medievale

Tutto nacque in particolare dalla paura per la foresta. Al tramontare del sole il bosco era profondamente sinistro, abitato solo dai suoi inquilini selvaggi: lupi, cinghiali e altre bestie temute. Che in epoca perfino tarda, nel XIII secolo, Dante individuasse nella lonza, nel leone e nella lupa esseri demoniaci e sovrannaturali la dice lunga.

D’altra parte il bosco è anche il luogo del nascondimento di reietti e tagliagole, ma insieme quello della fuga dal mondo di eremiti e filosofi: già qui si intuisce quell’ambivalenza che percorre tutto l’immaginario medievale.

Il lupo, il cinghiale, l’orso

Tra gli animali più pericolosi, quello che più ha segnato l’immaginario dell’uomo, non soltanto medievale, fu il lupo: la forza, l’astuzia, la combattività e le tattiche di branco ne fecero un vero e proprio spauracchio, simbolo di violenza e castigo per ogni cattivo cristiano.

L’ira del cinghiale, che poteva uccidere con un solo colpo di grugno, non era poi così temuta: l’uomo si era abituato talmente alla convivenza con molti animali da farne un’abitudine, e i guerrieri si esercitavano fin da giovani ad affrontarli, soprattutto per cibarsi delle loro carni.

Il portamento dell’orso ha giocato un ruolo specifico, perché tra gli animali allora conosciuti era l’unico a combattere in postura eretta, proprio come l’uomo. Eppure nemmeno il grande mammifero era così temuto: anticamente considerato messaggero degli dèi, inviato dall’aldilà per garantire una stagione favorevole e una caccia abbondante, nel Medioevo fu visto soprattutto dagli eremiti come un compagno di solitudine da non disturbare.

Il leone e la pantera: la simbologia cristologica

La pantera, vagheggiata fiera esotica il cui manto sarebbe “variopinto come la tunica di Giuseppe”, sarebbe perfino un animale docile e mite, capace di attirare le prede con il suo profumo. Il passo, per noi privo di significato, è carico di rimandi cristologici.

Lo stesso vale per il leone, citato sia nel Fisiologo greco sia in quello latino, di cui si dice che abbia tre nature:

  • quando vaga, se si accorge di essere seguito dai cacciatori copre con la coda le proprie impronte, così come Cristo facendosi uomo nascose la propria divinità;
  • quando dorme, i suoi occhi restano schiusi vegliando perennemente: così il Signore dormì nel sonno della morte sulla croce e nel sepolcro, ma la sua natura divina vegliava;
  • quando partorisce, si dice che il cucciolo della leonessa nasca già morto, e che dopo tre giorni e tre notti venga destato dal ruggito del padre: alla stessa maniera Cristo, morto da tre giorni, fu risuscitato da Dio Padre.

L’ambivalenza come chiave di lettura

Scultura romanica raffigurante un leone all'ingresso di una chiesa

Elemento dominante di quasi tutte le fiere dei bestiari è l’ambivalenza. I leoni scolpiti sui capitelli delle chiese romaniche da anonimi maestri del XII secolo sono presenze inquietanti, talvolta persino sataniche, il cui ruolo è ammonire il fedele. Ma il fiero felino all’ingresso delle cattedrali riveste soprattutto il ruolo di guardiano, e allo stesso tempo incarna Cristo — l’uomo saggio, prudente e misericordioso — al punto da stringere amorevolmente l’agnello tra le zampe potenzialmente letali.

È questa doppiezza a rendere i bestiari così difficili da decifrare oggi: lo stesso animale può rappresentare il vizio e la virtù, il demonio e il Salvatore, a seconda del contesto in cui è raffigurato.

Sulla simbologia degli animali nell’arte cristiana ha lavorato a lungo lo studioso Luca Frigerio, autore del volume Bestiario medievale, a cui si devono molti degli spunti qui raccolti.

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