La prima centrale elettrica: il mito della luce a Milano

Via Santa Radegonda vi dice qualcosa? Oggi è una traversa a due passi dal Duomo, tra vetrine e passaggi centralissimi (e, per molti milanesi, legata anche allo storico Odeon e al “fianco” della Rinascente). Eppure, proprio qui, tra 1882 e 1883, Milano accese una miccia destinata a cambiare tutto: in via Santa Radegonda nacque una delle prime centrali elettriche dell’Europa continentale, una centrale termoelettrica a carbone nel cuore della città.
La centrale che accese Milano (e la Scala)
La centrale venne costruita nell’area di un teatro appena demolito e organizzata su due livelli: in basso le caldaie a carbone, sopra le macchine a vapore con dinamo in grado di produrre elettricità (in origine nel sistema Edison a corrente continua). A pochi metri dalle guglie del Duomo si alzava anche una ciminiera in mattoni alta 52 metri: un “totem industriale” oggi impensabile in pieno centro, ma allora segno di modernità.
Il momento simbolo arrivò nel 1883, quando l’energia prodotta in via Santa Radegonda rese possibile un salto di epoca: al Teatro Alla Scala la luce elettrica sostituì lampade a olio e candele. La tradizione dell’inaugurazione della stagione scaligera è legata al 26 dicembre (Sant’Ambrogio/periodo invernale della Scala) e proprio in quel clima di grandi serate l’effetto “wow” delle lampadine fu enorme: non era solo più chiaro, era un altro mondo.
Chi c’era dietro l’idea
La regia tecnica e culturale dell’operazione ruota attorno a Giuseppe Colombo, ingegnere e docente del Politecnico di Milano, tra i primi in Italia a credere che l’elettricità potesse diventare un servizio cittadino. Colombo guardò agli Stati Uniti e alle soluzioni di Thomas Edison, poi tornò con un obiettivo: portare la luce elettrica nel centro di Milano, vicino agli esercizi più importanti e ai luoghi simbolo della città.
Per “far viaggiare” l’energia, però, serviva un elemento decisivo: cavi affidabili e ben isolati. In quegli anni Giovanni Battista Pirelli stava sviluppando in Italia lavorazioni e applicazioni del caucciù (gomma), fondamentali anche per l’isolamento dei cavi elettrici. È uno di quei casi in cui innovazione industriale e bisogno urbano si incastrano alla perfezione.
Perché durò poco (ma lasciò un’eredità enorme)
La centrale di Santa Radegonda ebbe un successo clamoroso: alimentò progressivamente non solo la zona Duomo e la Scala, ma anche altri punti “strategici” del centro (gallerie, caffè, attività commerciali). Eppure la sua vita fu relativamente breve.
La tecnologia correva: la distribuzione a corrente alternata divenne presto preferibile per efficienza e gestione delle distanze, e richiese impianti e spazi differenti. Così, nel 1926, la centrale venne demolita e con lei scomparve anche la grande ciminiera. Il cuore di Milano si riprese quel fazzoletto di città, ma l’idea era ormai partita: l’elettricità stava diventando infrastruttura.
Dove “vive” oggi quella storia
Oggi non resta l’edificio, ma resta la traccia culturale: Milano fu tra le prime città a immaginare l’elettricità come servizio urbano e spettacolo collettivo. E resta anche un’eredità industriale: il nome Pirelli è diventato uno dei simboli dell’impresa milanese, mentre l’esperienza di quegli anni ha contribuito alla nascita e allo sviluppo di grandi realtà dell’energia in Italia.
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