Il Napoleone di Brera di Canova: storia, sfortuna, furti e restauro nel Cortile d’Onore
Capita spesso che, per raggiungere una meta, ignoriamo la strada che percorriamo, dimenticando di apprezzare quanto troviamo sul cammino. Quello che conta davvero, e ci arricchisce, spesso non è tanto il traguardo che ci siamo imposti quanto il viaggio che compiamo per arrivarci: non solo una metafora sull’esistenza, ma una condizione tangibile della vita quotidiana.

Al Palazzo di Brera accade lo stesso: varcato il cancello, turisti, studenti, impiegati e visitatori vanno verso i rispettivi punti d’interesse, facendo poco caso che ad accoglierli, al centro del Cortile d’Onore, ci sia un personaggio strettamente legato alla città di Milano e alla stessa Pinacoteca di Brera (istituita da lui nel 1809): Napoleone Bonaparte, immortalato da Antonio Canova nelle vesti di “Marte pacificatore”.
Forse pochi pensano a un capolavoro del Canova trovandosi di fronte un’imponente scultura in bronzo (alta quasi tre metri e mezzo), ricordandolo soprattutto per le eleganti sculture neoclassiche in marmo, che faceva rivestire da un sottile strato di cera rosata per rendere i corpi più “vivi”.
Si aggiungano l’incuria del tempo, l’ossidazione del metallo sottoposto agli agenti atmosferici e, non ultimi, i “ricordini” lasciati dai piccioni (che razzolano felici nel cortile nonostante la grande rete posta a protezione).
A pensarci bene, questa scultura non è mai stata molto fortunata.
Canova (genio del suo tempo, artista ufficiale della famiglia Bonaparte, simbolo del neoclassicismo) tra il 1803 e il 1806 lavora a una scultura colossale in marmo di Napoleone. Decide di scostarsi dalle rappresentazioni ufficiali in cui l’imperatore appare condottiero artefice della storia o circondato dai simboli del potere. Preferisce respingere l’attualità storica (in cui l’avevano immortalato Gros e David) e ritrarlo in nudità eroica, come nei modelli dei principi ellenistici, con il significato allegorico di Marte pacificatore.
Poco dopo che l’opera venne terminata, Eugenio di Beauharnais, viceré del Regno d’Italia, ne commissiona una replica in bronzo (1807) da esporre a Milano all’interno della nascente Real Galleria di Brera, che si sarebbe dovuta inaugurare il giorno del quarantesimo compleanno di Napoleone, il 15 agosto 1809.
Purtroppo il primo tentativo di fusione fallì e una seconda fusione non sarebbe stata pronta per la data; così Beauharnais acquisì a Padova uno dei calchi in gesso (ne esistevano cinque), lo stesso che si trova oggi in una delle Sale Napoleoniche della Pinacoteca (restaurato nel 2009, in concomitanza con le celebrazioni del bicentenario di Brera).
Se il Marte pacificatore era stato accolto entusiasticamente dagli intellettuali della penisola italiana, e Stendhal disse di Canova che non aveva imitato i greci, ma che, come loro, aveva inventato una nuova bellezza, l’ego di Napoleone non gradì questa interpretazione. Quando l’imperatore ricevette finalmente la statua marmorea a Parigi, nel 1810, la giudicò negativamente, impedendo che venisse esposta al pubblico. Ironia della sorte: dopo la battaglia di Waterloo (1815), quella stessa statua venne acquistata dal governo inglese per donarla a lord Wellington, vincitore di Napoleone.
Non solo opera d’arte, ma simbolico trofeo, conservato ancora oggi ad Apsley House, a Londra.
Sorte migliore non ebbe la copia bronzea. La seconda fusione, realizzata a Roma dai fonditori Francesco e Luigi Righetti utilizzando i cannoni di Castel Sant’Angelo, fu terminata nel 1811 e l’anno seguente arrivò finalmente a Milano.
Ma la fortuna di Napoleone era ormai cambiata, e la Nike vincitrice che calcava con i piedi la sfera (simbolo dell’orbe terracqueo) che Marte-Napoleone teneva nella mano destra aveva iniziato a prendere il volo.
Si pensò dapprima di sistemare il monumento nel cortile del Palazzo del Senato, e per studiarne la collocazione fu nominata una commissione formata da Luigi Canonica, Giocondo Albertolli e Luigi Cagnola.
Si propose poi (relazione del 18 settembre 1812) di situarla nel primo cortile del Palazzo di Brera. Il Ministero dell’Interno approvò la scelta, ma sia il bronzo sia il gesso vennero dimenticati (pur con ricorrenti e inefficaci riscoperte) nei depositi dell’Accademia di Belle Arti di Brera. Da qui riemerse finalmente nel 1859, dopo la visita in città di Napoleone III, a conclusione della seconda guerra d’indipendenza italiana.
La statua fu eretta su un basamento temporaneo nel Cortile d’Onore di Brera e nel 1864 fu inaugurata con l’attuale basamento in granito e marmo di Carrara, progettato da Luigi Bisi, docente dell’Accademia, ornato con aquile e festoni di bronzo.

La Nike, però, prese letteralmente il volo: fu rubata e ricostruita agli inizi degli anni ’80 basandosi su documentazione fotografica.
Da allora la statua si erge al centro del cortile, simbolo universalmente riconosciuto del Palazzo di Brera, custode geloso di due tesori: la Pinacoteca e l’Accademia.
Presto però qualcosa cambierà…
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Dopo infinite peripezie, troverà finalmente pace il Napoleone di Brera: la scultura bronzea di Antonio Canova, simbolo del Palazzo di Brera, della Pinacoteca di Brera e dell’Accademia di Belle Arti di Brera.
Nei mesi scorsi abbiamo voluto dedicare un ampio articolo sul Napoleone di Brera, sottolineando il suo valore identitario e simbolico non solo per Brera (la Pinacoteca fu voluta proprio da Napoleone e inaugurata il giorno del suo compleanno, il 15 agosto 1809), ma per tutta la città di Milano, a ricordo di un periodo storico legato alla discesa del condottiero francese e agli anni in cui il capoluogo lombardo fu capitale della Repubblica Cisalpina (1796-99), della Repubblica Italiana (1802-05) e infine del Regno d’Italia (1805-14).
Una scultura monumentale portatrice di ideali di pace e prosperità che, sfortunatamente per Canova, non fu molto gradita allo stesso Napoleone, innescando una serie di avvenimenti poco fortunati. Nonostante i progetti originari, la scultura di Napoleone nelle vesti di Marte pacificatore fu collocata nel luogo designato (al centro del Cortile d’Onore) solo nel 1859 e inaugurata cinque anni dopo.
L’incuria del tempo, l’ossidazione del metallo, il “fattore piccione” e, non da ultimo, le lievi scosse di terremoto registrate a Milano negli ultimi anni hanno danneggiato la scultura, con un impatto sul patrimonio artistico e anche sull’immagine della città.

Nonostante il progetto di restauro della Soprintendenza per i Beni Storico-Artistici ed Etnoantropologici della Lombardia, pensato con l’Associazione Amici di Brera e i Musei Milanesi, il fattore economico rischiava di mandare tutto a monte. Generosa mecenate è stata la banca statunitense Merrill Lynch, che ha selezionato il progetto insieme a quelli di altre 23 opere presenti nei 16 Paesi in cui svolge le proprie attività, nell’ambito di un Progetto di Conservazione Artistica.
Come spiega la responsabile del progetto, Rena de Sisto, “lo scopo” di questo mecenatismo “è unire persone e culture attraverso il linguaggio dell’Arte, un idioma universale. Attraverso la costante conservazione di importanti opere d’arte nel mondo, supportiamo la tutela della cultura locale e il coinvolgimento delle comunità presenti e future dove viviamo e lavoriamo”.
Un mecenatismo che potrebbe apparire non del tutto disinteressato, ma che si è rivelato fondamentale per salvare il Napoleone di Brera, capolavoro del Canova.
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