Jackson Pollock: cos’è l’action painting e perché il dripping ha cambiato l’arte
Tra gli esponenti più discussi dell’arte del Novecento, Jackson Pollock ha lasciato un segno profondo entrando nei manuali come il volto più emblematico dell’action painting americana. Le sue opere possono apparire poco “leggibili” a chi ama l’arte figurativa, ma parlano un linguaggio diverso: quello del gesto, del ritmo e, in parte, della psiche.

Che cos’è l’action painting
L’action painting non è “pittura a caso”: è un’idea di arte in cui il processo conta quanto il risultato. L’opera nasce dall’energia del gesto: movimenti rapidi o lenti, accelerazioni, pause, ripetizioni. In questo senso, la tela diventa il luogo in cui si registra un evento.
Il dripping: la tela a terra e il colore che gocciola
A Pollock è associata la tecnica del dripping: il colore viene fatto colare (o lanciato) su una tela posata in orizzontale. La linea non “descrive” un oggetto: esiste come traccia di un movimento. L’effetto finale dipende da molti fattori: densità della pittura, distanza, velocità del gesto, gravità, casualità delle colature.
Questo modo di lavorare è stato spesso accostato, con cautela, a una dimensione quasi rituale: non perché l’artista “imitasse” cerimonie, ma perché il corpo, lo spazio e la ripetizione del gesto diventano centrali, come in una performance.
Pollock e le influenze: Miró, Picasso, Kandinsky
Un aspetto meno noto è che Pollock non nasce “dripping”. Nelle opere giovanili si vedono influenze importanti, tra cui i maestri dell’astrattismo e del cubismo come Joan Miró e Pablo Picasso. Un esempio spesso citato è The Moon Woman (1942), dove forme e colori rimandano a un’immaginazione simbolica e a una figura femminile rielaborata.

Il suo bagaglio culturale è ampio: conosce bene anche l’opera di Wassily Kandinsky, e in diversi lavori della metà degli anni Quaranta l’eco dell’astrazione “spirituale” kandinskiana è percepibile nella costruzione di segni e campi cromatici.
La maturità: quando scompare la figura
Le opere più celebri della maturità abbandonano quasi del tutto ogni riferimento figurativo. Non si tratta di “rinunciare al senso”, ma di spostarlo: il quadro diventa un campo in cui l’occhio segue percorsi, incroci, densità, vuoti, stratificazioni. Ogni tela è un mondo a sé e può generare emozioni diverse, anche contrastanti, a seconda di chi guarda e di come guarda.
“Alchimia” e il corpo che lascia traccia

Alchimia è un’opera “piena”: piena di colore, di linee, di stratificazioni. Le linee non delimitano, non contengono: tracciano i movimenti del corpo dell’artista. Si assottigliano o si ispessiscono, accelerano o rallentano, cambiano aspetto in base alla materia che sgocciola, forma bolle, pozze, filamenti. In altre opere, invece, compaiono zone più ariose che lasciano respirare il fondo della tela, anche grazie a una gamma cromatica più contenuta.
Simona Casraghi
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