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L’Impressionismo di Claude Monet in mostra a Palazzo Reale di Milano

La grande stagione dell’Impressionismo è protagonista della nuova grande mostra allestita a Palazzo Reale di Milano.

Dal 18 settembre 2021 al 30 gennaio 2022, nelle sale del piano nobile del palazzo, è possibile visitare la mostra dedicata al più grande esponente della pittura impressionista, Claude Monet (1840-1926), con un corpus di 53 opere del maestro, tutte provenienti dal Museo Marmottan di Parigi. Curata da Marianne Mathieu, direttrice scientifica dell’istituzione parigina, la mostra è promossa dal Comune di Milano e organizzata da Palazzo Reale e Arthemisia. 

La mostra, oltre che a Monet, è dedicata al Museo Marmottan, che custodisce la più grande collezione al Mondo di opere del maestro, frutto di una donazione, avvenuta nel 1966, da parte del figlio del pittore, Michel. Questo museo, in origine, era dedicato, per volontà del suo fondatore, Paul Marmottan, all’Arte di epoca napoleonica, in tutte le sue sfaccettature, dalla Pittura alle discipline applicate, come oreficeria ed ebanisteria, ma, con la grande donazione avvenuta negli anni ’60, il suo nome iniziò a essere associato alla figura di Claude Monet, tanto da aggiungere il suo nome accanto a quello del fondatore. Il pregio dell’esposizione sta nella complementarità di opere fisicamente presenti, accanto a sale multimediali e interattive, in cui prende il sopravvento la percezione multisensoriale e l’esperienza immersiva all’interno di quei particolari, come le ninfee, che resero Monet famoso e lo fecero diventare figura mainstream nel Mondo dell'Arte. 

Il percorso di mostra, oltre la prima sala introduttiva, dedicata a Paul Marmottan, con opere del periodo napoleonico, si incentra sulla vicenda biografica di Monet, dai suoi esordi fino agli ultimi anni. Non è un caso che le prime opere esposte siano degli anni ’70 del XIX secolo e raffigurino i due figli, Jean e Michel. Particolarmente intenso nella resa psicologica è il ritratto di Michel a circa un anno di vita: nel suo sguardo pensieroso e fisso, si può cogliere l’eco di una situazione famigliare drammatica, con la moglie Camille gravemente malata e lo stesso Monet che si trovò a dover badare da solo a due figli piccoli.

Di lì a poco, Camille sarebbe morta, lasciando un vuoto immenso nella vita di Claude. Seguono, infatti, una serie di opere in cui il trentenne Monet sperimentò, per la prima volta, abbandonando la Pittura figurativa, il “plein air”, ovvero lo scenario paesaggistico all’aria aperta, che gli permise di iniziare a trovare quelle nuove soluzioni cromatiche e di luce da cui sarebbe, poi, nato l’Impressionismo. Il colore chiaro si confonde con la sabbia delle spiagge della Normandia, a formare un tutt’uno con il paesaggio, su cui si staglia la figura dell’amata Camille.

Claude Monet, Passeggiata vicino ad Aregnteuil, 1875, Museo Marmottan Monet, ParigiLa seconda parte si incentra sulla produzione impressionista di Monet. Giova sottolineare che questo movimento nacque con un’opera del maestro chiamata Impressione. Sole nascente, del 1872, dal quale la critica, inizialmente con tono beffardo, iniziò a ribattezzare il gruppo di artisti composto, oltre che da Monet, anche da Manet, Degas, Utrillo e Pissarro. Impressionismo vuol dire somma di luce e colore, ottenuta con pennellate rapide, colpi efficaci e decisi sulla tela con l’effetto di colate cromatiche miste atte a rappresentare l’effetto luministico colto in un’istantanea ante-litteram: non a caso, le prime sperimentazioni di Fotografia, di Nadar, sarebbero partite proprio dal lavoro degli Impressionisti. In questo periodo, Claude si stabilì ad Argenteuil, località che oggi si trova all’interno della conurbazione parigina, ma, all’epoca, in campagna e, per questo, apprezzata da molti abitanti della Capitale, che ne fecero un luogo di villeggiatura e di relax. Argenteuil evoca il titolo di una serie di opere del maestro, come la celebre Regata, del 1872, ma, qui, Monet iniziò a studiare gli effetti della luce e del colore partendo dai riflessi delle costruzioni e dei ponti nella Senna o nei canali vicini, per arrivare a soluzioni eccellenti, come provato dal bellissimo quadro campestre che è Passeggiata vicino ad Argenteuil (1875), oppure anche da Primavera tra gli alberi (1878), in cui, per la prima volta, appare evidente la sua fascinazione per l’Arte giapponese, in particolare per le stampe di Hiroshige e Utamaro.

Con la fine degli anni ’80, Monet riprese, in parte, la verve figurativa degli esordi, specie nei paesaggi realizzati nella valle della Creuse, in cui la sua Pittura divenne impulsiva, quasi panica nella sua identificazione con la Natura, in linea con le opere letterarie dell’epoca, come quelle di Huysmans e di Zola, ma anche in una serie di vedute della costa normanna, tra Le Havre, Trouville ed Etretat, in cui la luce del mattino o quella del tramonto generano effetti di luce incredibili che si riflettono sulla sabbia e sul bianco delle falesie.

Claude Monet, Londra. Il Parlamento. Riflessi sul Tamigi, 1905, Museo Marmottan Monet, ParigiUn altro momento fondamentale della carriera di Monet furono i tre viaggi a Londra, città in cui viveva il figlio Michel, compiuti tra il 1899 e il 1905. Monet vide Londra come un luogo ideale in cui dipingere, dopo il suo ritorno, nell’ultima decade del XIX secolo, alla Pittura impressionista: gli effetti compenetranti di luce e colore tipici della Sua Arte trovarono, nei “foggy days” londinesi e nella tipica pioggia inglese, un terreno fertile su cui realizzare grandi capolavori.

Da un lato, la nebbia brumosa e la caligine che caratterizzavano la Capitale inglese influenzarono profondamente le sue vedute cittadine, come Il Parlamento. Riflessi sul Tamigi, in cui il maestro risultò più interessato alla resa atmosferica dell’ambientazione, nel tardo pomeriggio e in controluce, piuttosto che allo skyline di quell’edificio neogotico che, all’epoca, venne considerato un trionfo dell’innovazione. Non a caso, negli stessi anni, un pittore pugliese che si trovava anch’egli a Londra, Giuseppe De Nittis, realizzò analoghe raffigurazioni del Parlamento nell’atmosfera nebbiosa, palesemente ispirate a Monet. A Londra, poi, il maestro cominciò a lavorare anche a scene avvolte nella nebbia ma raffiguranti lo sbuffo delle locomotive a vapore: il misto tra foschia e fumo prodotto dai treni divenne un ottimo spunto per raffigurare, e celebrare, quel “Locomotive breath” che segnava la nascita del nuovo secolo.

Rientrato a Parigi, Monet si stabilì, poi, a Giverny, che divenne suo “locus amoenus” fino alla morte. Qui, il maestro iniziò a dedicarsi al tema che lo avrebbe reso famoso, ovvero le Ninfee che popolavano lo stagno della sua proprietà. Da questo momento, Monet iniziò a lavorare a opere “in serie”, miranti non certo a un successo con galleristi e mercanti d’Arte, bensì a una sua, indomita, volontà di studiare effetti di luce e colore: sono di questo periodo, infatti, le varie versioni della facciata della Cattedrale di Rouen, per cui il pittore affittò, per alcuni mesi, una casa di fronte alla grandiosa chiesa per poter ritrarre gli effetti della luce del sole sulle guglie e sui trafori gotici: nacque così un vero capolavoro.

Le Ninfee, però rimasero il punto massimo della ricerca di Monet: il suo interesse per questi fiori d’acqua è sicuramente figlio della passione per il Giappone e per le stampe dei grandi maestri dell’ukiyo-e, oltre che per il Simbolismo di Redon e Moreau, ma si presenta con un tocco diverso, proveniente dalla tecnica impressionista che, ormai, supera quella fase per aprirsi verso una resa indeterminata degli sfondi che prelude già, all’ultima fase della sua vita. Questa scelta fu dettata anche da un problema di salute assai serio che lo colpì tra la fine del primo e l’inizio del secondo decennio del XX secolo, quando Monet iniziò a vedere offuscato e, di conseguenza, ad avere difficoltà nella resa materica dei soggetti: essendo impossibilitato a vedere bene da lontano, l’artista si focalizzò sui soggetti in primo piano, lasciando indeterminato lo sfondo. Nel 1912 gli venne diagnosticata una cataratta bilaterale, e, da questo momento, la sua percezione cromatica cambiò per sempre: ciò fu un altro motivo per cui iniziò a lavorare a opere più “astratte”.

Dopo l’intervento all’occhio, Monet iniziò a soffrire di abbagliamento, motivo che lo spinse a smettere di dipingere per un breve periodo, ma, in suo aiuto, giunse il più famoso ottico parigino del tempo, che realizzò, per lui, speciali occhiali, esposti in mostra, che gli consentivano una visione migliore e che gli permisero di ritornare al cavalletto. In questo periodo lavorò moltissimo a rappresentazioni di Ninfee, ma anche a una serie di 24 tele raffiguranti Il ponte giapponese, ovvero il ponticello sullo stagno della sua proprietà, ispirato a quelli delle opere di Hiroshige e Utamaro, che diviene un pretesto per rappresentare una Natura che si riprende il suo spazio, con i glicini che avvolgono la struttura architettonica fino a nasconderla.

Un’altra famosa serie di dipinti di Monet, realizzata in questo periodo, fu quella dedicata alle piante del suo giardino di Giverny: vi si impegnò dal 1914 alla morte e una parte di questi venne donata allo Stato francese come celebrazione per la fine della Grande Guerra, su iniziativa del presidente Clemenceau. In queste opere, Monet, in virtù delle sue difficoltà visive, annulla la percezione dello spazio prospettico trasformando la tela in un’esperienza immersiva all’interno di una distesa acquatica che diviene specchio, con le nuvole e gli alberi che si riflettono nello stagno, ormai senza più distinzione tra sopra e sotto. Questa serie è particolarmente evocativa, in quanto l’indefinito e il senso di costante sospensione alludono alla percezione dell’immensità della Natura e del Tempo. 

Senza citare tali opere, sarebbe difficile comprendere gli ultimi anni di produzione di un Monet ormai quasi cieco: la sua Pittura divenne più irruenta e gestuale, con intense colate di colore, specialmente marrone e rosso, accanto a sfondi sempre più indefiniti, ormai preludio all’astrattismo e all’informale americano degli anni ’50. Di quest’ultima fase sono esemplificative altre versioni del Ponte Giapponese, ma anche i Salici piangenti, opere simboliche perché riflettono sia l’ideale di una Bellezza immutabile della Natura, ma anche l’angoscia esistenziale di Monet, costretto a rimanere impassibile davanti alla violenza della Grande Guerra, con il figlio e vari amici artisti al fronte. Le ultime opere in mostra, di poco precedenti la morte, sono un’autentica sorpresa, in quanto rappresentano un Monet ormai astrattista, con linee e tocchi di pennello mescolati nel rosso intenso del pigmento, destinati a fare scuola nel secondo dopoguerra.

Monet. Dal Museo Marmottan Monet
Palazzo Reale, Piazza Duomo 12, Milano
Orari: lunedì chiuso, martedì – mercoledì – venerdì – sabato – domenica 10.00-19.30, giovedì 10.00-22.30
Biglietti: Intero 14,00 €, ridotto 12,00 €
Info: www.palazzorealemilano.it

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