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Moda in Italia: al secondo posto nel Mondo

prada-modaOggi sono ufficialmente in lutto!

Sono appena venuta a conoscenza di uno studio condotto da FutureBrand società di consulenza globale del Gruppo Interpublic- che indaga sulla provenienza dei prodotti più venduti nel mercato mondiale e sono rimasta sconvolta.

Non fraintendetemi, sono più che consapevole che l’Italia non possa scalare la vetta sino al primo posto, soprattutto perché la produzione valutata non si limitava ad una categoria specifica - partiva dal cibo ed arrivava sino ai beni di lusso - e non mi sconvolge il fatto che, in assoluto, sia quinta - preceduta da USA, Francia, Germania e Giappone - e neppure che sia seconda nel Fashion, ma volete sapere chi è al primo posto???

Se mi avessero fatto la domanda dal nulla, avrei risposto indubbiamente la Francia, insomma PARLIAMONE, ci sono nomi come Chanel, Louis Vuitton, Yves Sant Laurent, Kenzo e molti, molti altri. Forse il numero di marchi è inferiore ad altri Paesi anzi, di certo, ma il consumo di questi beni ha un estensione a dir poco imbarazzante, tutti conoscono e tutti - beh chiunque possa permetterselo quanto meno - comprano. Costi troppo elevati per essere prima in classifica? Sì, forse sì, prendiamo, allora l’Inghilterra con i suoi Burberry, Mulberry, LK Bennet, Stella McCartney e anche qui la lista è lunga. Ancora troppo costoso? Va bene, certo è però che tutto mi aspettavo tranne che di trovare gli U.S.A. al primo posto.

louboutinLungi da me il nazionalismo, il mio intento è trasmettere lo sbigottimento provato, spiegandovi le mie motivazioni ed evidenziando quella che è senza dubbio una terribile caduta in picchiata della moda. L’Europa e ,SI', in particolar modo l’Italia sono stati la fonte del meraviglioso mondo fatato di tacchi alti e di pizzo, di lingerie e scollature; siete scettici? Benissimo vediamo in qualche punto come e dove ci sono state le così dette”rivoluzioni modaiole”:

  • Gian Battista Giorgini, Italia, prima sfilata 
  • Rogers, Inghilterra, creazione del busto
  • Madame de Pompadour, Italia, tacchi a spillo
  • Fereol Dedieu, Francia, idea il reggicalze
  • Mary Quant, Inghilterra, minigonna
  • Schiaparelli, Italia, cerniera lampo e tromp d’oil
  • Schiaparelli, Italia, prima stilista sulla copertina di un giornale di moda
  • Casa Reard, Francia, presenta il primo bikini

E potrei andare avanti con la lista, ma credo che, per raggiungere il mio scopo, questo sia più che sufficiente. Sarebbe però da irriconoscenti non elencare anche i meriti americani che, per primi, ci hanno fornito la macchina per cucire, il reggiseno - forse, per questo, non vanno tanto ringraziati visto che il bustino regalava una splendida forma , FASULLA, ma dannatamente perfetta- e le, tanto amate dagli uomini, calze di nylon. Insomma, per quanto se ne dica anche gli americani hanno contribuito nella storia della moda, ma permettetemi d’aggiungere ”in minima parte rispetto all’Italia”.

nike

Vi chiederete, quindi, cosa mi disturbi così tanto dell’essere preceduti dalle stelle e strisce, ebbene, ciò che mi turba è l’acquirente medio, che, nel fare shopping ha pensato bene di lasciare l’eleganza a casa per fare spazio alla comodità - che Madame de Pompadour ci perdoni. Lo devo ammettere, anch’io, spesso e volentieri preferisco la libertà di movimento al ”chi bella vuole apparire”, ma la mia idea di rinuncia equivale al baratto del tacco alto con una scarpa bassa - soprattutto perché dovrei essere illegale con i tacchi visto come cammino.

La moda che invece ha prevalso in questo 2013 è quella street style che, per chi non fosse pratico, è semplicemente la vendita al dettaglio del mercato di massa e quindi l’abbigliamento che si trova nelle catene di negozi. C’è qualcosa di sbagliato in questo? Assolutamente no, in fondo non esistono quasi più negozi unici che propongono pezzi originali, escluse le grandi firme, che però non sono per tutte le tasche, quindi, affidarsi alle catene ormai è semplice routine - e lo dice una che vive da Mango. La cosa terribile è piuttosto che i marchi ad aver prevalso sul resto sono Nike, Gap, Calvin Klein e DKNY, dei brand sicuramente meritevoli, ma drammaticamente sportivi.

all-star-weddingIl risultato di questo tipo di scelte? Ragazzi che a 28 anni ancora credono che indossare le All Star ad un matrimonio vada bene perché ”LA SCARPA NON CONTA” - uccideteli -, ragazze e donne che escono la sera con i leggings, a qualsiasi età, non capendo che sono nati come indumento DA CASA o per la palestra, adulti- e non solo- che d’estate sfoggiano il sandalo con il calzino. SI, lo sappiamo che non ve ne frega niente e che potete vestirvi come volete, ma non è questo il punto, non questa volta per lo meno.

Ciò che risulta evidente da questo studio, è la supremazia americana riconosciuta nell'abbigliamento, in un mondo dove, a quanto pare, si preferiscono maglie larghe e pantaloni della tuta a qualcosa di decoroso che ci renda giustizia. Una grande donna - la mia mami- mi ha sempre ripetuto sin da piccola che “non tutti sanno vestirsi, molti si coprono e basta”. Ebbene, credo che non vi sia frase più azzeccata per indicare questo 2013 fatto di running e berretti con il frontino. Ormai non importa più, a quanto pare, l’attenzione al dettaglio, non c’è più il piacere di vestirsi, non si va più alla ricerca del bello, ma si lascia il passo al minimo sforzo. Non entrerò in merito a costi e disponibilità economica, perché non mi compete e perché non è giusto fare i conti in tasca a nessuno, ma, tengo a ricordare, che con un po’ di raziocinio è possibile fare acquisti intelligenti e contenuti pur non comprando tute - immagino che la ”scusa” più accreditata per comprarne 10 diverse sia il paragone di prezzi.

Ah, vi prego, non iniziate a fare mente locale riguardo a COME si vestono gli americani, perché, se, come modelli, avete divi del cinema e Fashion Blogger, vi avviso che state viaggiando nel fantastico mondo di Alice! Se tutti fossero come Olivia Palermo, regnerebbe il buon gusto e nessuno metterebbe le calze color carne; invece, purtroppo, l’esempio esplicativo va ricercato nei reality americani e quindi in “genialate” come Jersey Shore- chiunque non conoscesse questo capolavoro stia calmo, ha salvato i propri neuroni: ciò è POSITIVO.

Dimenticate, quindi, Ryan Atwood, il tamarro dal cuore tenero, muscoloso e sempre con la canottierina da muratore, o l’adorabile Seth Cohen, con la sua immancabile T-shirt abbinata alla camicia aperta, eliminate da ogni pensiero Brandon Walsh, con il suo stile alla James Dean, e l’affascinante Dylan McKay, e i suoi completi denim. Per quanto si vada indietro nel tempo, il tipico telefilm americano mostra una realtà patinata dove i protagonisti devono essere amati e copiati, anche per come si vestono. In quel bellissimo posto, però, chiamato VITA REALE, gli attori pagano fior fior di quattrini per essere vestiti al meglio, regalando grassissime risate ai lettori delle riviste di gossip, quando compaiono in scatti rubati vestiti in maniera terribile.  

Insomma, la mia filippica stizzita è dettata dall'amara consapevolezza che l’italiano - e a quanto pare anche la popolazione degl’altri 139 Paesi considerati in questa statistica - pian piano si sta impigrendo, forzando il TRASH-casual ad ogni situazione. L'unica mia speranza, a questo punto, è che il 2014 mostri un rovesciamento di tendenza, tenendo a mente quello che diceva sempre Cocò Chanel "La moda riflette sempre i tempi in cui vive, anche se, quando i tempi sono banali, preferiamo dimenticarlo".

Ludovica Rigo

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