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El Greco. Il Manierismo spagnolo in mostra a Milano

Il Manierismo è stato quel fenomeno artistico che, nato dal Rinascimento, lo ha superato nel nome della “Maniera moderna” (da cui il termine) della quale molti maestri italiani sono stati i massimi esponenti, da Tiziano a Giulio Romano, e che ha finito per essere lo stile pittorico e architettonico associato al Concilio di Trento e alla Controriforma. Il Manierismo, pertanto, non si è diffuso solo nella nostra Penisola, ma anche nelle altre Terre europee di religione cattolica, in modo particolare in Spagna. Il massimo esponente della Pittura iberica di questo periodo, a cavallo tra Cinque e Seicento, è il protagonista della grande mostra di Palazzo Reale di Milano.

El Greco, all’anagrafe Dominikos Theotokopoulos, (1541-1614) è stato un ponte tra tre Mondi differenti: la Grecia, ancora bizantina e ortodossa, l’Italia, dove il pittore ha soggiornato più volte, e la Spagna, in cui ha realizzato i suoi massimi capolavori. Da ponte quale è stato, El Greco ha saputo assimilare il Manierismo italiano per condurlo in Spagna, facendone uno stile personale, talmente identificativo da trasformarlo in un paradigma artistico e in un archetipo da cui presero le mosse i contemporanei artisti iberici ma anche, successivamente, i grandi del “Siglo de Oro”. Dall’11 ottobre 2023 all’11 febbraio 2024, nelle sale del piano nobile di Palazzo Reale, è possibile osservare da vicino una quarantina di opere del maestro greco-spagnolo affiancate a vari prestiti da musei italiani e stranieri, con l’obiettivo di illustrarne al visitatore le tappe della carriera e della biografia, due binari paralleli che si muovono in costante paragone tra Italia e Penisola Iberica. Curata da Juan Antonio García Castro, Palma Martinez Burgos- García e Thomas Clement Salomon, la mostra intende focalizzarsi su due punti importanti, frutto di recenti ricerche: l’impatto dei modelli italiani e la rivisitazione delle sue prime prove da pittore di icone nelle ultime opere del periodo a Toledo.

Non a caso, la mostra si apre con un riferimento alle sue origini. Dominikos nasce nel 1541 a Candia (oggi Heraklion), sull’Isola di Creta, e la sua formazione avviene come pittore di icone in un ambiente bizantineggiante. All’epoca, Creta era dominio veneziano (lo è stata fino al 1645) e non è un caso che il giovane Dominikos, dopo un apprendistato legato alla tradizione dei “madonnari” locali sull’Isola, si rechi a Venezia, dove giunge nel 1567, desideroso di scoprire le novità dell’Arte italiana. Qui, il pittore ha modo di conoscere da vicino personalità come Tiziano, Tintoretto e i Bassano, approfondendo l’uso del colore a macchie e definendo un sapiente uso della Prospettiva, come testimoniato dal Trittico di Modena e in altre opere di piccolo formato eseguite, per l’appunto, negli anni veneziani. Di Tiziano, assorbe la tecnica pittorica “a macchia”, mentre dai Bassano lo stile crepuscolare e già quasi da chiaroscuro, così come da Tintoretto l’uso dei colori per rendere drammatica la scena rappresentata e un certo senso tragico. Successivamente, il pittore, in cerca di un mecenate, si reca a Roma, dove rimane fino al 1577, ma, durante il viaggio, visita le città della Pianura Padana, rimanendo affascinato da Giulio Romano a Mantova e dal tandem Correggio - Parmigianino a Parma, oltre che Firenze, dove lo colpiscono le opere del Bronzino. Di questa fase è la bellissima Ultima Cena, erede del modello leonardesco, mediata, però, da un’impostazione plastica e statuaria figlia dei pittori parmigiani.

el greco san martino e il mendicante

El Greco, San Martino e il Mendicante, 1597-99, Olio su tela, 1904x103 cm, Washington, National Gallery

A Roma, Dominikos scopre Michelangelo e le antichità presenti nei palazzi nobiliari, in primis quel Laocoonte, ritrovato sull’Esquilino nel 1506, che è stato il punto di riferimento per generazioni di artisti da Raffaello a Canova. Michelangelo, con il suo titanismo e la resa scientifica della figura anatomica, segna per sempre il pittore, tanto che lo considera come bussola e paradigma in tutti i suoi Crocifissi, nei quali riprende la torsione della figura umana e l’impostazione della scena al tramonto tipica del maestro di Caprese. Un’intera sezione di mostra è dedicata ai rapporti tra il pittore e l’Italia, con opere collocate negli anni del suo soggiorno nella Penisola e con altre riferite a quelli in cui si è appena stabilito a Toledo, dove giunge nel 1577 alla ricerca di quel mecenate che, tra Venezia e Roma, non aveva trovato. Tuttavia, però, El Greco non dimentica la lezione italiana, considerando, come pilastri della sua produzione iberica, i veneziani, i parmigiani e Michelangelo. E le opere presenti nella sezione sono poste in costante dialogo con altre dei maestri italiani cui fanno riferimento. Le prove migliori sono il rapporto tra la Sacra Famiglia con Sant’Anna del Greco (in cui ritrae la Vergine mentre allatta Gesù Bambino con un’iconografia all’epoca considerata indecorosa), con la Madonna Bologni del Correggio, ma, soprattutto, nella pala d’altare, quel meraviglioso dialogo tra il San Martino e il Povero del Theotokopoulos, oggi a Washington, e lo stesso soggetto dipinto da Jacopo Bassano vent’anni prima. Si tratta di due impostazioni diverse, con una scena oscura e crepuscolare, quella del Bassano, immersa in una Natura ancora erede della lezione di Giorgione, accostata al trionfo di luce e colore del soggetto del Greco. La grande tela era destinata a una cappella del complesso di San Josè a Toledo. L’innovatività del pittore cretese sta nell’attualizzare la figura di Martino, vestendolo come un nobile spagnolo del suo tempo, ma anche nel calare la scena in un paesaggio reale, in cui si riconoscono perfettamente le architetture di Toledo, la sua grandiosa cattedrale e il fiume Tejo (che tutti conosciamo con il nome portoghese di Tago, n.d.R.). Quest’opera è importante anche perché è la prima che ci presenta quello stile personale, fatto di pennellate rapide e incisive, simbolo di inquietudine spirituale, con cui El Greco supera il modello italiano nel nome di un Manierismo nuovo.

Ormai, a Toledo, El Greco è considerato maestro indiscusso, in virtù del suo “romanzo di formazione” italiano, e, in Terra iberica, è un valente ritrattista, con prove che guardano, a oltre vent’anni di distanza dal soggiorno veneziano, a Tintoretto e a Tiziano. Soprattutto, però, è autore di pale d’altare per gli ordini religiosi, che gli commissionano opere di differenti formati da collocare sia come dipinti autonomi che come parti di quei polittici che mescolano Scultura e Pittura, chiamati “retabli”, e che costituiscono il cuore pulsante della gran parte delle chiese antiche dei Paesi di lingua spagnola. El Greco, a Toledo, diventa un simbolo dell’Arte della Controriforma, visto che quella della città castigliana è stata la prima diocesi ad attuare i dettami del Concilio di Trento. Il Sacro, per El Greco, è una volontà di ritrarre la santità, attualizzandola, calandola nel suo tempo, ma anche interiorizzandola, attraverso quello stile pittorico personale di cui si diceva poco sopra. Le scene sacre sono intensamente drammatiche nei gesti, nelle pose e nella luminosità, ma anche pregne di quell’espressività che avrebbe segnato la produzione dei pittori della generazione successiva e del Settecento, da Velazquez a Murillo, da Alonso Cano fino al giovane Goya. L’ultima fase della vita di El Greco è segnata da un radicale, ma progressivo, abbandono del Naturalismo, per un’impostazione totalmente interiorizzata della scena sacra, che diviene quasi estasi mistica ed esperienza extra-sensoriale, come provato dal Battesimo di Cristo per l’ospedale di Tavera a Toledo. Non mancano opere ricche di rimandi, di nuovo, a quel periodo veneziano fondamentale per la sua produzione, come la bellissima Cacciata dei Mercanti dal Tempio, prova del suo ultimo periodo proveniente dalla chiesa di San Ginés de Arlés a Madrid, in cui l’incorniciatura della scena non può che rimandarci alle favolose finte architetture degli sfondi delle tele di Paolo Veronese. Curiosa, tra queste opere del periodo tardo, è anche l’Incoronazione della Vergine del 1603-5 proveniente da Ilescas, per la quale El Greco sceglie il formato ellittico per cercare di distogliere lo sguardo dell’osservatore, con un taglio, insolito per la sua produzione quasi sempre frontale, di sotto in su e che anticipa già uno scenografico effetto affresco e un’impostazione della scena che si sarebbe diffusa di lì a cento anni. Altro elemento che caratterizza gli ultimi anni del Greco è il ritorno a una rigida frontalità e un’assenza di dialogo tra le figure, caratteri tipici delle icone: un “volver a las origenes”, come si direbbe in Spagna, come provato dalla versione della Veronica con il Volto Santo, proveniente dal Museo di Santa Cruz a Toledo.

Nonostante ciò, però, El Greco è il perfetto esponente della Controriforma, che segue i dettami destinati alla mera devozione, ma con un tocco personale che coniuga sacralità ed empatia emotiva, senza rinunciare, per primo nella Pittura spagnola, alla libertà creativa. Emergono, pertanto, figure reali, vive e che non sono semplici testimoni di Fede, ritratte con toni che, ancora una volta, sono figli di quell’esperienza italiana per lui fondamentale. Due valide prove sono opere dei suoi primi anni toledani, ovvero la Maddalena Penitente, proveniente dalla chiesa di Paradas, presso Siviglia, in cui il chiaroscuro dello sfondo è ancora debitore delle scene dei Bassano o dei notturni di Correggio, o anche, una delle prime prove del Greco in terra spagnola, il Martirio di San Sebastiano della Cattedrale di Palencia, che mostra un evidente debito nei confronti del Laocoonte e della Scultura romana ed ellenistica vista nella Città Eterna, ma che anticipa, nell’espressione umana del santo, la verità e il realismo di artisti come Simon Vouet, Battistello Caracciolo e Mattia Preti.

Logica conclusione della mostra è un dipinto, del 1610-14, dedicato proprio a quel gruppo del Laocoonte che, durante il suo soggiorno romano, lo colpisce al pari dell’opera michelangiolesca. Quando El Greco vede il gruppo, questo è già stato restaurato da Michelangelo integrando le parti mancanti con altre in terracotta. La sua reazione di stupore lo segna fino ai suoi ultimi dipinti, tra cui quello in mostra, in cui coniuga il titanismo sprigionato dal gruppo ellenistico con la sua (consueta e personale) attualizzazione della scena con il panorama di Toledo sullo sfondo, in un risultato paesaggistico secondo solo a quello ottenuto, circa vent’anni prima, con il San Martino. Quest’opera è un unicum nella produzione del Greco ed è il messaggio che il pittore ci lascia come testimonianza di stile e di influssi, nonché un piccolo compendio delle sue esperienze personali e biografiche a cavallo tra Italia e Spagna, individuando Roma e Toledo come l’alfa e l’omega.

El Greco
Palazzo Reale, Piazza Duomo 12, Milano
Orari: lunedì chiuso; martedì-mercoledì-venerdì-sabato-domenica 9.30-19.30; giovedì 9.30-22.30
Biglietti: intero 15,00 €, ridotto 13,00 €
Info: https://www.mostraelgreco.it/

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