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La grande Storia del Novecento negli scatti di Robert Capa in mostra a Milano

Un viaggio attraverso alcuni dei grandi eventi che hanno segnato la Storia del Novecento. Con questa semplice frase si potrebbe riassumere la nuova mostra in corso al MUDEC di Milano.

Gli scatti di Robert Capa (1913-54), uno dei massimi esponenti del fotogiornalismo del Novecento, sono i protagonisti dell’esposizione allestita, nelle sale di Via Tortona, dall’11 novembre 2022 al 19 marzo 2023. Curata da Sara Rizzo, in collaborazione con Magnum Photos, in concomitanza con i centodieci anni dalla nascita di Capa, la mostra è un excursus parallelamente biografico e storico focalizzato sui grandi servizi che resero il fotografo, già a venticinque anni, il massimo fotoreporter della Storia, secondo la definizione coniata dal Picture Post, e che segnarono, come libri di Storia a immagini, il racconto di alcuni dei fatti più significativi del XX secolo.

Robert Capa, il cui vero nome fu Endre Ernő Friedmann, nacque a Budapest nel 1913, da una famiglia della borghesia ebraica proprietaria di una casa di Moda. Dopo essere stato arrestato per aver manifestato contro il regime fascista dell’ammiraglio Horthy, fu costretto ad abbandonare l’Ungheria e si trasferì a Berlino, dove iniziò a studiare giornalismo e intraprese le prime prove fotografiche, con l’agenzia Dephot che lo inviò a Copenaghen per un servizio sull’esule russo Lev Trockij. L’avvento del nazismo, però, lo costrinse a lasciare la Germania per trasferirsi a Parigi dove visse a partire dal 1933 e dove conobbe Gerda Taro, che sarebbe divenuta sua compagna nella vita e nel lavoro. Insieme, nel 1936, crearono lo pseudonimo Robert Capa, con cui Endre iniziò a firmare i suoi reportages, a partire da quello sul Fronte Popolare francese e, poi, quello, famosissimo, sulla Guerra di Spagna, che documentò fino all’anno seguente, quando, in seguito alla morte di Gerda, ancora scosso, lasciò il Paese per la Cina, dove seguì la seconda guerra sino-giapponese. Alla fine del 1938, però, Capa tornò in Spagna, in tempo per documentare la fine del Fronte Repubblicano e l’instaurazione della dittatura da parte di Franco. Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, si rifugiò a New York, dove iniziò a lavorare per Life.

Nel 1943, realizzò un altro tra i suoi massimi servizi, seguendo gli Alleati in Nord Africa e in Italia, risalendo, con loro, la penisola dalla Sicilia fino a Napoli e ad Anzio. L’anno seguente, la sua fama di reporter di guerra lo condusse in Normandia, a seguire lo sbarco americano a Omaha Beach, e, poi, nel ’45, a Berlino per documentare l’occupazione della città da parte degli Alleati. Qui conobbe l’attrice Ingrid Bergman, con la quale ebbe una relazione. Divenuto, alla fine della Guerra, cittadino americano, fu tra i fondatori dell’agenzia Magnum e, nel 1947, insieme all’amico John Steinbeck, si recò in Unione Sovietica, dove realizzò un altro famosissimo servizio. L’anno seguente fu in Israele, dove documentò la nascita dello Stato ebraico, la prima Guerra arabo-israeliana e l’arrivo di immigrati al porto di Haifa. L’ultimo atto della sua vita fu il servizio in Indocina, dove venne inviato da Life per sostituire un collega: al seguito di un convoglio francese, morì nel 1954 calpestando una mina antiuomo.

Senza questo racconto della vita di Robert Capa risulterebbe difficile capire le sezioni della mostra, organizzate proprio su due binari paralleli, uno biografico e l’altro basato sui suoi grandi reportages. La prima è dedicata ai suoi anni giovanili a Berlino e a Parigi, e ben rappresentata dall’immagine di Trockij raffigurato (di nascosto), in maniera volutamente sfuocata, mentre parla gesticolando, da buon oratore, ma anche dagli scatti su Leon Blum, animatore del Fronte Popolare francese, organizzazione di partiti di sinistra contro il fascismo internazionale.

La seconda sezione è dedicata agli scatti di Capa eseguiti durante la Guerra di Spagna a due riprese, prima della morte di Gerda durante la battaglia di Brunete e dopo il suo ritorno dalla Cina. Sono immagini drammatiche, che svelano al Mondo un conflitto sanguinoso e che mostrano la brutalità della guerra, come provato dalla foto raffigurante la morte del miliziano lealista, eseguita nel 1936 vicino a Cordoba e divenuta icona internazionale antibellica. Notevoli, poi, sono anche gli scatti che testimoniano la dura vita dei profughi in fuga dalle città, come quelle raffiguranti Barcellona e Bilbao sotto attacco, così come quelle, del ’38, che immortalano i miliziani repubblicani in fuga verso la Francia dopo la vittoria nazionalista e l’instaurazione del regime franchista e, in particolare, quella del violoncellista dal volto segnato e dallo sguardo triste.

Segue una parte dedicata alla seconda guerra tra Cina e Giappone, scatenata dall’invasione nipponica nel 1937 e alla quale si oppose un fronte unito di nazionalisti e comunisti. Capa, giunto in Cina nel ’38 per un progetto sostenuto dalla moglie del generale nazionalista Chiang-Kai Shek, ritrasse i comandanti del fronte unito, ovvero lo stesso Chiang-Kai Shek e il capo comunista Zhou Enlai, ma anche frammenti di vita quotidiana, come la bellissima battaglia a palle di neve per le strade di Hankou, e immagini delle città bombardate dai giapponesi, a riprova della simbolicità dei suoi scatti in chiave antibellica.

Robert Capa, Un contadino siciliano indica a un ufficiale americano la direzione presa dai tedeschi, nei pressi di Troina, 4-5 agosto 1943Capa fu uno dei fotografi ufficiali al seguito delle armate alleate anglo-americane nella Seconda Guerra Mondiale. E in Italia realizzò alcuni degli scatti più iconici della sua, purtroppo breve, vita. Poco dopo lo sbarco in Sicilia, il fotografo documentò i momenti salienti della conquista alleata dell’Isola attraverso immagini destinate a divenire autentici racconti fotografici, come quelle dell’assedio di Troina oppure l’istantanea del contadino locale che mostra a un ufficiale americano la strada su cui si sono diretti i tedeschi, ormai conosciuta da molti di noi in quanto, spesso, la si trova sui libri di Storia. Capa, inoltre, risalendo la Penisola, documentò anche le condizioni di vita della popolazione italiana, come provato dalle donne sfollate nei pressi di Cassino oppure da quelle che piangono durante un funerale, a Napoli, di venti partigiani uccisi dai nazisti. Non mancano, però, anche immagini iconiche realizzate in Nord Africa, come il ritratto dell’asso dell’aviazione statunitense Levi Chase, immortalato prima di partire per una missione a bordo del suo aereo e con uno sguardo fiero. Storiche sono anche le foto che Capa realizzò in Normandia, durante lo sbarco di Omaha Beach e, nelle quali, il forte dinamismo intende essere un valore semantico intrinseco alla drammaticità del momento, così come quelle di Parigi in festa dopo la Liberazione dai nazisti (spicca, tra queste il ritratto di De Gaulle a contatto con la folla). Contrastanti, invece, sono le crude immagini di Berlino bombardata, in cui spiccano esclusivamente le macerie o gli scheletri degli edifici in un panorama spettrale.

Dopo la Guerra, il primo servizio eseguito da Capa fu quello oltre la Cortina di Ferro, in Unione Sovietica. Riuscì in questa impresa quasi titanica insieme all’amico romanziere John Steinbeck, considerato dai sovietici conforme al realismo socialista, con l’obiettivo di visitare il Paese post-bellico senza emettere giudizi e per occuparsi delle condizioni della popolazione. Ne emerse un reportage, chiamato Un giornale russo, in cui Capa immortalò sia le città, come Mosca, con la Piazza Rossa brulicante di folla, o come Kyiv, ancora segnata dai bombardamenti (bellissima la foto del campanile del monastero di Pečers’ka Lavra miracolosamente illeso in mezzo alle macerie) o Tbilisi, ma anche le condizioni di vita nelle fattorie collettive, chiamate Kolchoz. Tra queste immagini, alcune spiccano per un’adesione discretamente velata al realismo socialista, come provato dalla fotografia con la contadina che raccoglie un fascio di fieno in una fattoria. Merita di essere segnalato il fatto che tutti gli oltre quattromila negativi di Capa vennero tutti visionati dalla censura sovietica prima che il fotografo e Steinbeck tornassero in America.

L’ultimo grande reportage illustrato in mostra è quello che condusse Capa in Israele nel 1948, al momento della nascita dello Stato ebraico, anche in virtù delle sue origini. La prima, iconica, immagine di questo momento è quella in cui David Ben-Gurion proclama la nascita del nuovo Stato a Tel Aviv sovrastato dal ritratto del padre del sionismo, Theodor Herzl. In quegli stessi giorni, scoppiò la prima guerra tra arabi e israeliani e Capa documentò gli scontri nel deserto del Negev e l’assedio di Gerusalemme. Il focus del reportage israeliano di Capa, però, furono le ondate di immigrati avvenute, a cavallo tra la fine degli anni ’40 e i primi ’50: il fotografo immortalò sia le navi in arrivo al porto di Haifa che i campi di transito dove si trovavano tutti quei profughi in attesa di sistemazione e di divenire cittadini israeliani. Stupende sono le immagini dei profughi in arrivo dall’Europa affacciati dal ponte di una nave in arrivo ad Haifa ma anche il ritratto della bambina ebrea yemenita in un campo di transito, intensissima nello sguardo.

Robert Capa. Nella Storia
MUDEC, Via Tortona 56, Milano
Orari: lunedì 14.30-19.30; martedì-mercoledì-venerdì-domenica 9.30-19.30; giovedì-sabato 9.30-22.30
Biglietti: intero 12,00 €, ridotto 10,00 €
Info: mudec.it

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