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Le luci e i colori di Sorolla in mostra a Palazzo Reale di Milano

Uno dei massimi esponenti della Belle Epoque europea è il protagonista della grande mostra allestita a Palazzo Reale di Milano.

L’esposizione è dedicata a Joaquìn Sorolla y Bastida (1863-1923), pittore spagnolo che, in Italia, è semisconosciuto, ma non nella Penisola iberica, dove è uno dei massimi esponenti dell’Arte ottocentesca. Curata da Micol Forti e Consuelo Luca de Tena, la mostra raccoglie una sessantina di opere del maestro, ospitate nelle sale del piano nobile del palazzo di Piazza Duomo dal 25 febbraio al 26 giugno 2022. Molte delle opere presenti provengono dal Museo Sorolla di Madrid, aperto nel 1931, per volontà dell’amata moglie Clotilde e dei figli.

Joaquìn Sorolla y Bastida fu colui che aprì la Pittura spagnola, a cavallo tra Ottocento e Novecento, alle suggestioni del Liberty italiano e del Simbolismo francese, pur rimanendo ancorato a un notevole realismo e a suggestioni provenienti dal Secolo d’Oro dell’Arte iberica, quel Seicento dominato da Velazquez, Zurbaran e Murillo. Sorolla, grazie a un lungo soggiorno in Italia, poté conoscere la nostra Pittura di fine secolo e incontrare alcuni tra i suoi massimi esponenti, da Boldini a Troubetzkoy, che, non solo, divennero suoi amici, ma anche sua fonte di ispirazione. Visto il periodo in cui si trovò a vivere e a esprimere la sua Arte, Sorolla potrebbe essere definito un pittore “verista”, per le molte affinità tra la sua Pittura e le opere letterarie dei nostri Verga e Capuana. L’artista, però, complici le sue, orgogliosamente ribadite, origini valenciane, fu anche uomo di mare, che amava dipingere “en plein air” sulle spiagge del Mediterraneo oppure su quelle atlantiche dei Paesi Baschi, e che, molto spesso, ritraeva vedute marine immortalandone il frangersi delle onde sulla riva, oppure dipingeva pescatori molto simili ai Malavoglia del romanzo di Verga. Per Sorolla, il mare era un elemento di vita, legato alle sue origini e alle sue radici, e l’acqua un qualcosa che modella le superfici, come la creta plasmata dalle mani di uno scultore. L’artista di Valencia fu anche, e soprattutto, un pittore di luce e di colore: questi due elementi si fondono in un tutt’uno organico e amalgamato, ottenuto attraverso pennellate rapide e intense, molto simili a quelle dell’Impressionismo, ma, allo stesso tempo, molto lontane dalle teorie luministiche dei suoi contemporanei Manet, Monet o Degas, bensì più adattabili a un concetto di “istantanea”, proveniente dalla sua formazione fotografica con il suocero Antonio Garcia. 

La mostra, la prima in Italia interamente monografica dedicata a Sorolla, si muove attraverso sezioni tematiche, ma anche cronologiche, che partono dalle sue origini per arrivare alle ultime opere. La prima prende le mosse proprio dal realismo fotografico del pittore valenciano, in cui l’artista indagò tematiche sociali di scottante attualità, legati alla situazione socio-politica della Spagna negli anni della fine del XIX secolo, come provato dal drammatico Tratta delle bianche (1894), in cui l’artista raccontò la triste pratica dello spostamento di varie giovani prostitute da una casa di lavoro a un’altra, ma anche da opere di denuncia riguardanti le difficili condizioni di vita dei pescatori di Valencia. Fu grazie a queste opere che la sua Pittura iniziò a emergere, tanto da vincere il Grand Prix dell’Esposizione Universale di Parigi nel 1900, battendo opere di Gustav Klimt e di Lawrence Alma-Tadema: la tela scelta per partecipare al prestigioso concorso fu un capolavoro, ovvero Triste eredità!, in cui rappresentò una scena a cui lui stesso aveva assistito di persona. Alcuni bambini poliomielitici si trovavano su una spiaggia alle porte di Valencia, accompagnati da alcuni religiosi della Congregazione di San Giovanni di Dio, che li avevano in cura, per fare il bagno in mare: ne emerse uno spunto, per il pittore, per poter mescolare il suo amore per il mare e la sua tendenza al plein-air con una soluzione luministica crepuscolare e cromatismi pallidi, evidenti nei corpi dei piccoli malati, derivanti dalla lezione seicentesca di Jusepe de Ribera. 

Joaquìn Sorolla y Bastida, Biarritz. Istantanea, 1906, Madrid, Museo SorollaSorolla è stato anche uno dei ritrattisti più richiesti a cavallo tra Ottocento e Novecento, tanto da ricevere commissioni da reali e capi di Stato, ma anche dalla ricca borghesia e dal Mondo degli artisti: prova ne è il meraviglioso ritratto del principe Paolo Troubetzkoy, aristocratico di origine russa che fu anche uno dei migliori scultori della Scapigliatura. Il suo viso corrucciato e appena accennato nelle sue fattezze fa da pendant alla ricchezza dello sfondo, in cui campeggiano alcuni bozzetti delle sue opere plastiche. Nonostante queste innumerevoli richieste, Sorolla ebbe, come soggetto primario delle sue composizioni, la sua famiglia. Innanzitutto, scelse, come soggetto privilegiato, la sua amata moglie Clotilde, che fu anche, per lui, una vera e propria musa, celebrata in ritratti intimi e molto romantici, ma non mancò di immortalare anche i tre figli: spicca, per esempio, il ritratto di Maria in convalescenza, nel quale l’inquietudine della ragazza legata al suo futuro si fonde con una scelta cromatica calda, che lascia presagire una soluzione positiva al patema generato dalla malattia. E, comunque, nel ritratto, Sorolla si rivelò sempre un notevole colorista e, grazie al plein air, poté ottenere notevoli risultati di luce e di riflessi grazie alla fusione dei soggetti in primo piano con la Natura e il mare circostanti. La famiglia Sorolla non frequentò solo le spiagge del litorale mediterraneo, ma anche quelle, decisamente più alla moda, dell’Atlantico, nei Paesi Baschi, dove, allora, il meglio dell’alta società europea, svernava godendosi il sole. Anche Sorolla, reduce dai successi ottenuti, nei primi anni del Novecento, si stabilì a Biarritz per le sue vacanze, a riprova di un migliore status sociale dopo la vittoria parigina al Grand Prix. Biarritz fu un posto magico, dove il pittore immortalò Clotilde e i figli in varie pose, ma anche signore aristocratiche in abiti bianchi sulla spiaggia, accompagnate da gentiluomini. Il tutto con una luminosità e un cromatismo più freddo rispetto a quanto aveva sperimentato sulle rive del mare della nativa Valencia. Ne nacquero capolavori come Istantanea. Biarritz (1906), in cui l’effetto della luce genera, attraverso pennellate rapide e intense, un tocco brioso evidentissimo nel bianco della veste di Clotilde. In quest’opera, Sorolla fuse tre delle sue grandi passioni, ovvero il mare, l’amata moglie e l’Arte, simboleggiata dalla macchina fotografica Kodak che Clotilde stringe nelle sue mani. 

Da buon valenciano, Sorolla era uomo di mare, e l’acqua, per lui, era tutto, non solo elemento identitario, ma anche materiale per plasmare le superfici in maniera scultorea: basti guardare un altro suo capolavoro, come Idillio al mare (1908), raffigurante due bambini stesi sulla battigia, in cui studiò l’effetto del panneggio bagnato della tunica della piccola con un effetto quasi scultoreo, di ricordo barocco. Ne emersero opere intrise di luce e vitalità che segnarono il suo successo commerciale, tanto da essere chiamato a Londra per esporre presso alcune gallerie. Negli stessi anni, l’artista iniziò ad appassionarsi, in linea con il suo naturalismo, ai giardini e al tripudio di luci e colori che essi generano: dal 1907, infatti, si dedicò a una serie di vedute di questo tipo, lavorando a più riprese tra Madrid, dove si era, nel frattempo, stabilito con la famiglia, e l’Andalusia. I patios di Siviglia o la rigogliosa vegetazione dei giardini dell’Alhambra di Granada divennero autentici protagonisti delle sue opere, insieme alle complementari architetture moresche che generano colate di colore e di luce, ma anche curiosi e spettacolari effetti luministici, come in Riflesso nella fontana (1908), eseguito in uno dei cortili dell’Alcazar di Siviglia, dove l’architettura si specchia, al limite della precisione fotografica, nello specchio d’acqua generato dalla fontana al centro del patio. 

Joaquìn Sorolla y Bastida, Ritratto di Louis Comfort Tiffany, 1911, New York, The Hispanic SocietyVerso la fine del 1908, Sorolla venne invitato a Londra per esporre a una mostra a lui dedicata presso la Grafton Gallery. Allora, alcuni critici lo considerarono il miglior pittore esistente. Tra coloro che visitarono la mostra londinese, vi fu una delle figure che segnarono la svolta della sua vita, ovvero il mecenate statunitense Archer M. Huntington, fondatore e presidente della Hispanic Society of America. Grande appassionato di Arte e Cultura spagnola, Huntington vide in Sorolla l’eredità dei grandi pittori seicenteschi sivigliani e di Goya, affidandogli varie commissioni e dedicandogli un’ulteriore mostra a New York. Sorolla, oltreoceano, fu accolto come un maestro ed ebbe un successo tale che persino il presidente Howard Taft richiese un suo ritratto. In America, Sorolla continuò a lavorare alla ritrattistica, come provato da quello di Louis Comfort Tiffany, figlio del cofondatore della nota catena di gioiellerie, immerso in un trionfo floreale che ricorda i gialli intensi degli Impressionisti, ma anche a vedute urbane frenetiche, in una New York vista sempre attraverso i suoi giochi di luce e riflessi. Negli anni seguenti, Sorolla si dedicò a un monumentale progetto decorativo per la Hispanic Society: gli venne commissionata una serie di pannelli di tre metri di altezza per una settantina, totale, di larghezza, in cui la tematica si univa fortemente all’etnografia e al folklore. Nacquero, così, quelli che lui stesso chiamò “tipi”, che avrebbero dovuto rappresentare la Spagna e le sue millenarie tradizioni attraverso la rappresentazione del folklore delle regioni del Paese. Per realizzare tale progetto, dal 1912 al ’19, Sorolla attraversò la Spagna, dalla Navarra all’Andalusia, con lo scopo di trovare ispirazione per i suoi “tipi”, alcuni dei quali esposti i mostra e nei quali è ormai evidente un realismo di reminiscenza seicentesca. 

Tra il 1915 e il '20, Sorolla effettuò un ritorno alle origini e al modello classico, da lui studiato tra l’ultimo decennio dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, prima a Roma e poi a Londra, al British Museum. La sua produzione matura non è un ritorno all’ordine, come avvenne per altri artisti negli stessi anni, bensì una rivalutazione del modello classico attraverso le sue esperienze successive e le sue ricerche su luce e riflessi: ne nascono opere estremamente significative, come la sensualissima Ballerina di flamenco, in cui la monumentalità delle Madonne seicentesche di Murillo e Zurbaran pare fondersi con la figura simbolista della femme fatale e con le grazie dinamiche dei ritratti dell’amico Boldini, ma anche nella meravigliosa La veste rosa (1916), in cui immortalò due donne in una cabina da spiaggia. Oltre a riprendere l’effetto modellatore dell’acqua marina sulla veste bagnata, ora, il maturo Sorolla dà sfoggio di abilità nella resa del riflesso della luce solare che filtra attraverso le stuoie della parete, con un effetto di sapore fotografico. Minimo comun denominatore delle due opere, comunque, è la resa volumetrica e monumentale della figura femminile, derivante proprio da quel modello classico che, in questi ultimi anni, divenne, per lui, un punto di riferimento.

La conclusione della mostra è affidata a opere degli ultimi anni del maestro. Si tratta di vedute marine realizzate a Maiorca, in cui tornò al connubio, già sperimentato negli anni di Biarritz, tra Clotilde e l’atmosfera balneare, trattato con colori dalle tonalità fredde ma intense. Una delle ultime opere che Sorolla ci ha lasciato, prima di cadere nell’emorragia cerebrale che lo avrebbe condotto alla morte, avvenuta a Cercedilla, presso la natia Valencia, nel 1923, è un meraviglioso ritratto di Clotilde con mantiglia nera, in cui è ancora forte il richiamo etnografico dei Tipi. Proprio lei, insieme ai figli, fu la divulgatrice dell’opera del maestro, nonché colei che decise di trasformare la loro ultima dimora madrilena in un museo dedicato alla memoria di Joaquìn. Clotilde morì nel 1929 lasciando allo Stato spagnolo l’intera collezione di opere del marito, da cui, nel 1931, sarebbe nato il Museo Sorolla, inizialmente guidato dal figlio. Costui trasformò la nuova istituzione in uno strumento di conservazione, valorizzazione e studio sia della memoria di Joaquìn Sorolla che della sua Arte.

Joaquìn Sorolla. Pittore di luce
Palazzo Reale, Milano, Piazza Duomo 12
Orari: lunedì 14.30-19.30; martedì-mercoledì-venerdì-domenica 9.30-19.30; giovedì-sabato 9.30-22.30
Biglietti: Intero 14,00 €; ridotto 12,00 €
Info: https://www.palazzorealemilano.it/mostre/pittore-di-luce

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