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Intervista inedita a Cinzia Fabretti autrice del libro: La leggenda di Mezzafaccia

  • Eleonora Boccuni

Intervista inedita a Cinzia Fabretti, autrice del libro: “La leggenda di Mezzafaccia”, la narrazione di un personaggio complesso, ma straordinariamente umano.

Ci addentriamo in questo viaggio senza tempo con l’autrice di un bellissimo libro pubblicato il 22 febbraio. Stiamo parlando di Cinzia Fabretti e della sua opera intitolata “La leggenda di Mezzafaccia”. Un libro affascinante, ricco di aneddoti, storie e visioni che vengono racchiuse, all’unisono, in un solo personaggio che riesce a comunicare una miriade di aspetti legati alla vita e al genere umano.

Il lettore si imbatterà in un’avventura della quale, una volta terminata la lettura, sentirà persino la mancanza del personaggio in questione, tanto da indurlo a rileggere l’intera leggenda. Una sorta di calamita emotiva che attrae e affascina, molto probabilmente perché, quanto emerge nel corso della lettura, mette in risalto alcune peculiarità che, in fin dei conti, accomunano un po’ tutto il genere umano.

Infatti, questo è ciò che lei scrive: “Dopo la pubblicazione in antologie di diversi miei racconti brevi, propongo, propongo ai lettori il mio primo romanzo, con l’auspicio che i temi affrontati, che spaziano dal rapporto con la natura severa ma non crudele, al rapporto umano, in un inno all’affetto e solidarietà che lega inesorabilmente uomini cresciuti assieme, fino al tema dello straniero e del diverso, vi siano graditi”.

Partiamo dalla scrittura: si tratta di una passione innata o maturata nel tempo? “E’ una passione che nasce dall’infanzia. Ho sempre sognato di scrivere, ancor prima di imparare a scrivere, in quanto, sin da bambina, vedevo i libri come degli oggetti magici (una sorta di contenitori ndr.) - infatti, successivamente, l’autrice del libro spiega il perché descrive i libri in questo modo - Io avevo la nonna che mi leggeva le storie e, quindi, per me era pura magia. Il fatto che, questo oggetto fisico, si traducesse in mondi, in storie…

Quindi è decisamente una passione antichissima, ma, poi, la vita ha preso tutt’altre strade facendolo rimanere come il sogno dell’infanzia (sotto la cenere)”. Quindi, c’è stata una figura che ha permesso di avvicinarti alla lettura. “Alla lettura proprio come amore viscerale per i libri, proprio per l’oggetto ‘libro’”. E poi, da lì? “Poi, ovviamente, dall’amare la lettura al desiderare di scrivere il libro che vorresti leggere, il passo è brevissimo. E’ lo spazio di un attimo, a concepirlo come sogno. Invece, per tutta la vita ho fatto altro; infatti, anche la lettura si è diradata nel tempo. Da forte lettrice che era in gioventù, poi, nella parte centrale della vita (un po’ come dire, in versione dantesca, “nel bel mezzo del cammin di nostra vita” ndr.) era, persino, complicato trovare un pochettino di spazio per leggere. La scrittura era al di là di ogni sogno”.

D’altronde, la vita, gli impegni e le varie circostanze e le vicissitudini, portano via tanto tempo; ma non sono solo questi i motivi per i quali Cinzia non è riuscito a conciliare e a trovare del tempo libero, in quanto, stando proprio a quello che lei ci riferisce, avrebbe scelto di dedicarsi interamente alla sua famiglia e, dunque, ai suoi affetti più cari (per sua volontà).

“Ho fatto questa scelta dopo essermi laureata. Infatti, dopo aver studiato, conseguito gli esami ed essermi laureata, mi sono resa conto che quello non era il lavoro che volevo fare. E, quindi, appesa la pergamena al muro, mi sono dedicata alla famiglia”.

Una scelta nobile, quella della Fabretti che, in realtà, lei illustre come “spontanea, la quale è stata in grado di darle molto”. D’altronde, ha avuto la possibilità di stare vicino alle persone a lei più care e, di conseguenza, di dare valore e rilievo agli affetti veri, quelli che, poi, contano nella vita. Si è trattato, perciò, di una sua scelta del tutto libera e, come lei stessa rivela, adatta a lei. In fin dei conti, ogni scelta è individuale e, dato che nel mondo esistono diverse personalità con altrettante sfumature caratteriali, questa (la scelta intendiamo) poteva non essere condivisa da tutti. Aver dato spazio agli affetti, per Cinzia è, sicuramente, “una cosa che conta” come lei stessa asserisce.

Rimanendo in tema lettura, qual è il genere che prediligi? “Sinceramente, sono onnivora. Cioè, a me basta che siano libri. Posso, al limite, arretrare davanti a un horror, perché sono una fifona - rivela in modo ironico, per poi proseguire asserendo - perché non mi piace immedesimarmi in questo tipo di storie. Ma, in generale, non amo le storie drammatiche; preferisco prendere serenità dalla lettura. La mia preferenza verte nei confronti delle letture che ti lasciano quella sensazione di serenità. Ciò non significa che debbano essere, necessariamente, a lieto fine, come anche libri molto amari che non amo. Poi, per il resto, posso spaziare dallo storico di Umberto Eco de ‘Il Nome Della Rosa’ che è uno dei libri che amo follemente al fantasy perché c’è Talkien che, per me, è un gigante della letteratura e dei libri di fantascienza, senza tralasciare i grandi classici. E’ tutto bellissimo per me, i libri sono meravigliosi”.

Passando, invece, a “La leggenda di Mezzafaccia”, potremmo illustrarlo come un insieme dei generi elencati? “Meglio non fare paragoni ‘blasfemi’ - asserisce con grande ironia - sono un’esordiente, sono una scrittrice che si sta affacciando adesso alla scrittura, perché, in realtà, il tempo per scrivere è cominciato, più o meno, una decina di anni fa (non di più). E i primi anni sono stati, esclusivamente, per me: la scrittura era il mio piccolo spazio segreto”.

Il libro dianzi menzionato è il primo che viene pubblicato o, in passato, ve ne sono stati altri? “Allora, il punto è questo: si tratta del primo libro pubblicato, sebbene abbia scritto tanto prima, ma, in quel periodo, non avevo la cognizione della scrittura. Scrivevo come può scrivere chiunque di noi e, quindi, in maniera molto istintiva. Fino al momento in cui sono entrata in contatto con altri scrittori grazie a una piattaforma on-line (per scrittori) e, quindi, entrando in contatto con questi ultimi, mi sono resa conto che loro, invece, cercavano di migliorare attraverso lo studio. Inizialmente, mi sono sentita ‘fuori tempo massimo’, perché mi chiedevo ‘Ma io alla mia età cosa voglio studiare? Cosa voglio imparare?’. Poi, però, la tentazione è stata forte e ho cominciato a informarmi e a cercare sul web tante informazioni, lezioni gratuite, perciò iniziavo a sentir parlare di scrittura e, dunque, a masticare qualcosa e, alla fine, ho provato a scrivere in maniera un po’ meno improvvisata”.

Secondo te, qual è la cosa più importante: stile, tecnica o emotività? “Sono tre elementi indispensabili, perché senza tecnica i libri sono scritti male e lo si avverte, soprattutto quando hai un po’ più di infarinatura ti rendi conto che, magari hai delle ottime idee, però vengono presentate male e, di conseguenza, il lettore non viene coinvolto emotivamente. Quindi, un po’ di tecnica e un po’ di studio sono assolutamente indispensabili (anche più di un po’). Personalmente, cerco di vederla in maniera positiva, infatti penso di poter ancora imparare così tanto da migliorare”.

Forse, questa è una cosa che accomuna un po’ tutti, in quanto, nella vita non si smette mai di imparare. “Sì, però, a una certa età cominci a pensare di essere un po’ arrivato, anche come capacità. Certo è che ce ne sarebbe ancora tanta di strada da fare”. Quanto c’è di te in questo libro? “Tanto, perché nell’imbastire una storia, nell’immaginare una trama, nell’immaginare i personaggi, ognuno di noi trasmette tutte le proprie esperienze, il proprio modo di concepire la vita e, quindi, si investe tanto in un libro, tantissimo. Non potrebbe essere altrimenti. Un libro deve, per forza, riflettere tanto. Già nel momento in cui costruisci un personaggio negativo, tu rifletti in lui la tua concezione di negatività. E’ sempre il tuo modo di vedere il mondo da cui attingi per poi costruire il mondo del libro”.

Come se stessi condividendo con i lettori una piccola parte di te che può avere mille sfaccettature.

“Sì. Non è l’immedesimazione in un personaggio, ma l’immedesimazione nel mondo che stai costruendo, in quella struttura che sorregge il mondo e la struttura che, secondo te, sorregge il mondo”. Facendo un parallelismo, tutto questo potrebbe somigliare alle maschere pirandelliane de Il Fu Mattia Pascal? “Non facciamo confronti blasfemi - mi ripete sempre con grande ironia - sono una piccolina che ha cominciato da poco - Mi sembrava un esempio pratico da fare, visto che parliamo di personaggi e corrispettive personalità - no, non volevo assolutamente rifarmi a nulla di così alto e importante. Però, ti dico, in questo c’è tanto di me, così come anche in altre storie che ho scritto, ma questa è la prima che ho pubblicato curandone il punto di vista tecnico”.

Analizzando, invece, il titolo: “La leggenda di Mezzafaccia”, cosa vuole rappresentare? In fin dei conti, quando un lettore acquista il libro, di primo acchito, si sofferma sulla copertina e anche sul titolo.la leggenda di mezzafaccia libro

“Senza dubbio. Allora, la seconda ha lo scopo di individuare l’ambito. Non siamo in un ambito storico, non è una storia realmente accaduta.

E’ una leggenda perché, questo personaggio, viene visto anche da chi lo conosce, in un primo momento, come un’entità poco concreta, sfuggente, nel senso che proprio lei, personaggio, all’inizio è molto sfuggente e rifiuta il contatto con gli altri, perché ha delle esperienze passate, dei traumi che l’hanno allontanata da tutto ciò. Rifiuta la sua natura umana; è una creatura muta, la quale ha smesso di parlare, proprio perché il linguaggio incarna l’umanità e dunque, lei rifiuta di appartenere al genere umano, perché il genere umano l’ha terrorizzata per quello che ha vissuto - quindi, al contempo c’è diffidenza e rifiuto - diffidenza e rifiuto. In realtà, alla fine si scopre, attraverso il libro, che è un personaggio umano nel senso migliore del termine; è un personaggio positivo; è un personaggio che, nonostante abbia vissuto la sofferenza, quando vede soffrire qualcuno allo stesso modo non può tirarsi indietro e interviene. In particolare, quando, nel corso della storia, si mobilita nel proteggere un gruppo di bambini. In pratica, lei era stata l’unica sopravvissuta del suo villaggio e, quando gli stessi predoni che avevano distrutto il suo villaggio, tornano in quelle terre, lei vede questi bambini a rischio e interviene per evitare che debbano vivere quello che ha vissuto lei. E, quindi, si scopre che non è affatto un personaggio sfuggente, negativo, di rifiuto”.

Quindi, il termine “Mezzafaccia” non è a caso, in quanto da un lato abbiamo la diffidenza e dall’altro abbiamo l’altruismo e la bontà.

“Infatti. Diciamo che lei viene soprannominata ‘mezzafaccia’ perché ha il viso sfregiato, ma, sostanzialmente, lei è divisa a metà in tutto. Viso e anima divisi a metà, perché da una parte ci sono le esperienze terribili che ha vissuto, quindi tutte le sue paure; dall’altra c’è, invece, un sentimento di umanità forte e, quindi, dovrà combattere con se stessa, dovrà combattere con le sue paure per decidere cosa fare”.

Quindi, è come se ci fossero diverse storie dalle quali si possono trarre delle morali.

“Sì, anche se, devo dire la verità, durante la scrittura non volevo arrivare a quello. Io non ho scritto perché volevo arrivare a una morale; ho scritto perché ho immaginato questa storia e perché mi emozionava immaginarla, perciò ho incominciato a scriverla, proprio come se la stessi leggendo. Ed è proprio ‘scrivere il libro che vorresti leggere’. Io avrei avuto voglia di leggere una storia così e l’ho scritta”.

Tra l’altro, Cinzia Fabretti spiega come alcuni lettori, leggendo il libro, le abbiano parlato delle loro deduzioni e di quello che le hanno chiesto in merito a ciò che lei volesse intendere e far trapelare mentre era concentrata sulla stesura dell’opera, ma la stessa autrice ribadisce il fatto che lei non avesse intenzione di voler dire qualcosa di specifico, in quanto la storia è emersa in maniera molto spontanea e naturale. A questo punto, appare d’obbligo chiederle: quindi tu lasci la libertà di interpretare la storia al lettore?

“A volte sono rimasta sorpresa quando mi hanno fatto notare alcuni contenuti. Sì, è vero, è verissimo, pero non l’ho fatto coscientemente. Non l’ho fatto proponendo quello. Io ho seguito la storia che si realizzava davanti agli occhi”.

Dunque, quello che sentivi in quel determinato momento, ovvero, mentre la costruivi scrivendola. “Sì, perché se dovessi dire che, sin dall’inizio, avevo programmato di scrivere una storia che portasse questi messaggi, mentirei”.

E‘ come se tu avessi tradotto il tuo subconscio e l’avessi messo nero su bianco. “Probabilmente. Probabilmente sì”. Ecco perché c’è tanto di te in questo libro. “Sì. Io penso che, in realtà, solo così vengano concepiti i libri. Certo, ognuno di noi è diverso dall’altro, ma è anche vero che saranno davvero in pochi coloro che lavoravano in questo modo, ovvero basandosi sulle intenzioni di quello che vogliono raccontare, pensando al messaggio che vogliono comunicare. Io credo che, la maggior parte degli scrittori, scriva in modo molto spontaneo”.

Possiamo dire se c’è un lieto fine? “Il lieto fine mi piace”, ovviamente, stara ai più curiosi approfondire la storia e conoscerne il finale. “Diciamo che la parte più bella del poter scrivere una storia è poter fare andare le cose come vorresti che andassero”. Dunque, una sorta di speranza? “Una speranza, si’”.

Qual è, invece, il consiglio che ti sentiresti di dare a coloro che vorrebbero intraprendere questa strada e, quindi, desidererebbero cimentarsi nella scrittura?

“Direi sicuramente di farlo, perché la scrittura è, comunque, un confronto con se stessi. Cioè, davanti a una pagina bianca, tu scrivi facendoti, anche senza volerlo, delle domande e, quindi, è un’esperienza preziosa per chiunque. Qualsiasi forma di scrittura è ricchezza per se stessi”.

Ma, alla base cosa dovrebbe esserci (ricerca, studio, come dicevamo prima)? ”Quello è il passo successivo solo nel caso in cui si abbia intenzione di pubblicare. Perché io ho scritto per anni senza studiare, perché non pensavo di proporre a qualcuno di leggere le mie cose, scrivevo per me stessa e basta”. E dunque, quando ti sei accorta e ti sei convinta a fare questo ‘salto’? “Me ne sono accorta perché, ripeto, sono entrata in contatto con altri scrittori e, praticamente, tutti desideravano ardentemente questa cosa (la pubblicazione). Io, all’inizio, ho negato questo desiderio perché scrivevo solo per me stessa e, poi, mi sono resa conto che, in questo, c’era molta paura. La paura di affrontare il giudizio altrui. Era un modo per evitare di esporsi. Perché - come avevamo argomentato prima - nelle storie c’è molto di sé e, nel momento in cui, rendi pubbliche queste storie, chiunque può leggerle e chiunque può, altrettanto, dirti cosa ne pensa, perché sei tu che ti offri. Infatti, non nascondo il fatto che affrontare il giudizio esterno, mi faceva tanta paura”.

Tutto questo, secondo te, può essere dettato dal fatto che sei introversa e, di conseguenza, non riuscivi a concepire questa cosa? “Non saprei dirti se lo sono (introversa ndr.). Posso dirti che sono sempre stata un po’ insicura e, quindi, mi spaventava espormi. Poi, grazie alla piattaforma on-line dove ho inserito qualcosina, ho iniziato ad avere un riscontro e degli apprezzamenti da parte degli altri che hanno contribuito a ‘far scattare questa cosa’ - dunque, l’interazione e lo scambio di vedute l’hanno incoraggiata molto - quindi, il fatto di dire ‘no’, non era vero, era un modo per ripararmi. Infatti, mi sono resa conto che era una paura da affrontare e l‘ho fatto”.

Coraggio, caparbietà e amore per la scrittura, questa, in poche parole, Cinzia Fabretti ovvero l’autrice de “La leggenda di Mezzafaccia”. Dunque, ora che abbiamo appreso tutte queste nozioni, non ci resta altro che addentrarci nel racconto!

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