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Il Realismo Magico in mostra a Palazzo Reale di Milano

L’Arte degli anni Venti è la protagonista della nuova grande mostra invernale di Palazzo Reale di Milano.

Dal 19 ottobre 2021 al 22 febbraio 2022, nelle sale del piano nobile, è ospitata una serie di opere, provenienti dalle più svariate collezioni italiane, pubbliche e private, del Realismo Magico, corrente artistica sviluppatasi tra le due Guerre e che, in passato, ha subito una vera e propria damnatio memoriae, anche in virtù delle tristi vicende politiche di quegli anni, ma che, negli ultimi decenni, è stato ampiamente rivalutato, soprattutto per merito degli studi di Maurizio Fagiolo dell’Arco. Curata da Valerio Terraroli e Gabriella Belli, la mostra è prodotta e promossa da Comune di Milano insieme a 24Ore Cultura, e intende dare, al visitatore, un panorama cronologico e tematico che copre l’intera storia di questo movimento.realismo magico palazzo reale

Realismo Magico. Perché questa definizione? Innanzitutto, la prima volta che questo termine venne usato dalla critica, fu nel 1927, per opera del tedesco Franz Roh e, poi, poco dopo, dal nostro Massimo Bontempelli. Roh lo coniò accostando la produzione di artisti come Casorati, Oppi e Funi al contemporaneo fenomeno tedesco della Nuova Oggettività, i cui massimi protagonisti furono Christian Schad, Otto Dix e Georg Grosz. Il Realismo Magico rientra in quel fenomeno, diffusosi nell’Italia degli anni ’20, chiamato “ritorno all’ordine”, ovvero un rifiuto, in chiave antimodernista, della Metafisica e del dinamismo futurista, in nome della classicità e del passato, seppur in un’ottica nuova. “Realismo” e “magico” sono due parole che, a ben guardarle, sono un ossimoro, che, però, trova la sua ragione di esistere in una rappresentazione fedele al quotidiano, calata in un’atmosfera sospesa, trasognata e, talvolta, surreale: la realtà diviene un mezzo per spiegare il mistero nascosto dietro alla forma. Il Realismo Magico, durante gli anni ’20, si sviluppò in parallelo a Novecento, il movimento promosso da Margherita Sarfatti, ma, con la fine del decennio, iniziò ad allinearsi a esso, tramontando definitivamente nei primi anni ’30, con l’adesione al movimento novecentista da parte di Funi, Oppi e Casorati. 

La mostra si apre con una narrazione chiara e limpida di quello che fu il ritorno all’ordine, attraverso un’opera emblematica, Le figlie di Lot (1919), dipinta da un Carlo Carrà reduce dalla Grande Guerra e dalla temperie futurista. Per Carrà, ritornare indietro nello stile è nostalgia delle origini, ma anche una volontà di calare il suo neo-giottismo in una dimensione nuova, più legata a un senso di attesa e meraviglia. Accostato all’opera di Carrà è il grandioso Ritratto di Silvana Cenni (1922) del novarese Felice Casorati (1883-1963), in cui il modello è quello delle Madonne in trono di Cosmè Tura e Francesco del Cossa, modernizzato attraverso lo sguardo fisso nel vuoto della protagonista, simbolo di mistero, così come il paesaggio sullo sfondo, in cui è riconoscibile il convento dei Cappuccini sulla collina che domina Torino. Anche Ubaldo Oppi (1889-1942), bolognese, nei suoi ritratti femminili, torna nella Firenze del ‘400, guardando a Botticelli e al Pollaiolo, seppur in un nuovo Realismo, più nitido e psicologicamente profondo.

Seguono alcune opere, eseguite tra il 1922 e il ’25, da Casorati e da Oppi, in cui lo sguardo è rivolto all’universo femminile, calato in un alone di mistero espresso dagli sguardi profondamente silenti e vuoti delle protagoniste, ma anche dai dubbi che i quadri suscitano nello spettatore riguardo a quali situazioni esse stiano effettivamente vivendo: è il caso della bellissima Cynthia (1924-25) di Casorati, in cui la ragazza, vera diva anni ’20, pare chiedersi “Perché hai ritratto proprio me?”. Nel grandioso ritratto della moglie sullo sfondo di Venezia, Oppi crea un’opera incantata, in cui il richiamo al Quattrocento toscano e umbro si mescola a un senso di malinconia, specie nello sguardo triste della donna, e di solitudine sospesa nel mistero. 

Il 1925 è un anno cruciale per la produzione del Realismo Magico: tra Amburgo e Mannheim, la critica tedesca mette in relazione, in alcune mostre, le opere di Oppi, Casorati e Funi con i tedeschi come Schad, Dix e Grosz, ed è in questo ambito che Roh crea la definizione di Realismo Magico, in parallelo con la Nuova Oggettività. Le differenze tra le due correnti sono sostanziali, ma emergono vari punti di contatto, specie nella pittura di Oppi, che crea nel Chirurgo (1919) e, poi, nei Tre chirurghi, due veri e propri omaggi alla Pittura di Schad, contrapposti al Realismo ancora quattrocentesco del ritratto di Umberto Notari, opera del terzo grande esponente del Realismo Magico, il ferrarese e più classicheggiante Achille Funi (1890-1972), il quale, dopo la produzione realistico-magica, si è dedicato alla Pittura murale per palazzi e chiese, come provato dalla decorazione della Chiesa di Cristo Re in Viale Mazzini a Roma. Contemporanee sono le prove di artisti “minori”, come Mario Tozzi, che, nella Toeletta del mattino (1922), reinterpreta un brano di classicità espresso nella figura femminile simile a una Venere ellenistica, calandolo in un interno degno di Vermeer, con volumi e spazi che ricordano ancora il cubismo. 

Il Paesaggio non è un tema particolarmente “battuto” dal Realismo Magico, perlomeno dalla trinità Casorati-Funi-Oppi, anche se non mancano piccoli capolavori di questo periodo, su questo tema, a partire da Pino sul mare (1921) di Carrà, in cui l’artista prosegue sulla tendenza neo-giottesca, oppure Il dirigibile (1922) di Virgilio Guidi, nel quale, in un cielo di ascendenza trecentesca, fa la sua comparsa uno Zeppelin che lascia sbigottiti (e trasognati) gli astanti in primo piano. Degno di nota è anche il grande dipinto L’Ottobrata (1924), in cui Giorgio De Chirico conclude il suo percorso di abbandono dalla Metafisica al Ritorno all’ordine: la grandiosa composizione è barocca, pomposa, tanto da ricordare Rubens o Poussin nel paesaggio, ma anche misteriosa, e quindi calata nel modus operandi del Realismo Magico, espressa da quel curioso Mercurio in volo in alto a destra.

Il Realismo Magico, in quanto movimento basato sulla produzione ritrattistica e femminile in particolare, è anche un fenomeno artistico che scopre, in anni ruggenti sotto il punto di vista del costume, l’Eros e ne fa una bandiera. E qui emerge il quarto nome del pantheon di questa corrente, il bresciano Cagnaccio di San Pietro (pseudonimo di Natalino Bentivoglio Scarpa, 1897-1946). Ferocemente antifascista, Cagnaccio fu artista irriverente ma anche di denuncia, come provato dal suo capolavoro Dopo l’orgia (1928), in cui si fondono, in un’atmosfera trasognata, vari elementi, come veritiero e onirico oppure Amore e Morte, uniti, però, nel ripetersi del numero 3, rappresentato dai nudi femminili e dalle carte da gioco. L’opera venne rifiutata alla Biennale di Venezia in quanto ritenuta troppo cruda, ma anche per il riferimento alla corruzione della classe dirigente fascista. Cagnaccio esemplifica tutto ciò in quadro che è sintesi antologica della poetica del Realismo Magico, con un’estrema crudezza rappresentativa e con una carica erotica dei nudi femminili pervasa da un alone di Morte proveniente da richiami alla Nuova Oggettività tedesca. Fanno da pendant alla grandiosa tela di Cagnaccio le figure femminili in costume da bagno dipinte da Mario Broglio, ma anche il classicheggiante Grande nudo disteso di Oppi, che rimanda alla Pittura veneta del ‘500 o a quella bolognese del secolo successivo.

Sempre Cagnaccio è il protagonista della sezione dedicata al ritratto infantile: il suo Bambini che giocano (1925) diviene un’icona moderna che rappresenta l’infanzia con un tocco di amarezza, con quella consapevolezza esistenziale tipica degli adulti, espressione del “male di vivere” raccontato da grandi romanzieri come Alberto Moravia. Anche la Natura, secondo gli artisti del Realismo Magico, diviene una sorta di doppio, di interfaccia della figura umana, e la Natura Morta ne è il perfetto esempio: se Gino Severini mescola rimandi al Cubismo con altri alla Pittura fiamminga del ‘400, Cagnaccio e il romano Antonio Donghi (1897-1963) ne fanno una sorta di sintesi introspettiva del reale, condotta tramite un taglio fortemente fotografico e oggettivo, come prova Gioco di colori del pittore bresciano, in cui la rappresentazione dei farmaci posti accanto al suo letto d’ospedale diventa una metamorfosi della tavolozza e dei pennelli dell’artista, il quale ci fa percepire un’atmosfera vera e straniante allo stesso tempo.

Anche il ritratto femminile vede affermarsi Cagnaccio e Donghi come massimi protagonisti. Il loro stile resta fortemente legato a un concetto cinematografico, quello di “fermo immagine”, ovvero di un’istantanea realistica, ma nello stesso tempo introspettiva, sulla figura immortalata: la prova migliore è la Donna allo specchio di Cagnaccio, in cui si notano due livelli rappresentativi differenti, quello della ragazza sensualmente impegnata a truccarsi mentre si guarda allo specchio, posto in parallelo alla Natura morta situata accanto a lei, simbolo del suo male di vivere. Anche Donna al caffè di Donghi parte dalle stesse premesse, ma la figura è collocata in una sorta di bolla indeterminata e atemporale, in cui la ragazza ritratta pare muovere lo sguardo malinconico alla ricerca di qualcuno che la osservi.

Il Realismo Magico sorge e tramonta nel giro di pochi anni, riassumendo in sé stili diversi e altrettanto differenti tendenze, anche se, per tutti gli anni ’30, mentre Funi e Oppi si uniscono a Sironi nella scelta della Pittura murale di ambito civile e sacro, Cagnaccio e Donghi rimangono fedeli alle soluzioni del decennio precedente. Cagnaccio lavora soprattutto su rappresentazioni realistiche della Laguna di Venezia, sua città adottiva, e dei suoi pescatori, come provato dai due barcaioli ritratti nell’Alzana (1935), in cui l’artista mescola l’influenza tedesca di Schad a suggestioni provenienti da Cranach e Dürer. Donghi, invece, lavora più sul tema dell’incomunicabilità, come testimoniato da Amanti alla stazione, opera simbolo del male di vivere di fine anni ’20 – inizio ’30, in cui le due figure sembrano statuine sospese in una dimensione atemporale e sospesa tra realtà e sogno, forse simbolo della fine di un’epoca e di uno stile artistico, espresso perfettamente dai loro sguardi persi nella fissità della scena.

Realismo Magico
Palazzo Reale, Piazza Duomo 12, Milano
Orari: martedì – domenica 10.00-19.30; giovedì 10.00 – 22.30; lunedì chiuso
Biglietti: Intero 14,00 €, Ridotto 12,00 €
Info: https://mostrarealismomagico.it/

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