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La bellezza dell’Italia vista dai viaggiatori stranieri del Grand Tour in mostra a Milano

L’Italia e il suo ricchissimo patrimonio artistico, archeologico, paesaggistico e folklorico hanno sempre attirato l’attenzione degli agiati stranieri che compivano lunghi viaggi nella nostra Penisola alla ricerca di bellezza e ispirazione, oltre che di svago. A questa prassi, convenzionalmente chiamata Grand Tour, è dedicata la grande mostra di Gallerie d’Italia a Milano.

Dal 19 novembre 2021 al 27 marzo 2022, nel palazzo di Piazza della Scala sono ospitate circa 130 opere collocabili tra la metà del ‘700 e quella del secolo successivo, riguardanti la vera e propria fascinazione che artisti, letterati e nobili del Nord ed Est Europa subirono di fronte alle bellezze che solo l’Italia sa offrire, oggi come allora. Curata da Ferdinando Mazzocca, Stefano Grandesso e Francesco Leone, la mostra raccoglie opere provenienti dalle più svariate collezioni pubbliche e private italiane ed europee, nonché da quelle di Intesa San Paolo. Non a caso, la mostra è il frutto di una partnership con due tra i più grandi prestatori di opere per l’esposizione milanese, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli e l’Ermitage di San Pietroburgo.

Grand Tour. Un termine su cui la critica si è a lungo dibattuta ma che ha il minimo comun denominatore raccolto nel valore del viaggio a scopo formativo e di conoscenza, prima che di svago e loisir, che solo nel Settecento, il secolo dei Lumi, iniziò a farsi strada. Il XVIII secolo fu il periodo in cui gli artisti nordeuropei iniziarono a varcare sistematicamente le Alpi alla ricerca del Bello e del Classico, in linea con i gusti pittorici dell’epoca, ma anche in cui gli italiani cominciarono a essere richiesti oltralpe, stabilendovisi spesso per periodi più o meno lunghi: non a caso, Giambattista Tiepolo risiedette tre anni, dal 1750 al ’53, a Würzburg per decorare la residenza per il principe-vescovo Karl Philip von Greiffenklau, e, negli stessi anni, Pompeo Batoni, a Roma, divenne ritrattista di quella stessa nobiltà britannica che aveva, come prassi, quella di visitare l’Italia con lo scopo di farne un bildungsroman personale, da cui far scaturire conoscenze nuove e prestigio sociale. Due fenomeni diversi uniti dalla prassi comune del viaggio, che solo il XVIII secolo fece esplodere come rito e formazione allo stesso tempo. Il termine Grand Tour venne usato per la prima volta negli ultimi anni del ‘600 in Francia, ma, fino alla metà del XIX secolo, divenne un qualcosa che contribuì alla formazione di quella identità culturale d’Italia, frutto di bellezza artistica e paesaggistica, che, proprio allora, si formò in senso moderno e che, ancora oggi, costituisce una delle eccellenze del nostro Paese: quanti sono, a oggi, i ragazzi nordeuropei o americani che giungono in Italia per visitare Milano, Roma, Firenze, Venezia e Napoli, seguendo, in un certo modo, le orme tracciate da quei nobili, artisti e letterati di due secoli fa?

La mostra si sviluppa attraverso sezioni non solo tematiche, ma anche geografiche, suddivise a seconda della meta rappresentata nelle vedute di quell’area dell’esposizione. Punto di partenza è il fantastico centro tavola in marmo di Giambattista Volpato, affiancato da sculture di gusto neoclassico, tra cui delle rare candelabre del Piranesi, frutto del fascino dell’antico sviluppatosi negli ultimi tre decenni del Settecento. L’opera del Volpato è grandiosa nella rappresentazione mitologica in miniatura di una scena “da dipinto”, così come le candelabre raffigurano la fantasia sperimentale del suo autore nella scelta di differenti motivi classici affiancati in maniera eclettica.

10 pierre jacques volaire eruzione del vesuvio alla luce della lunaIl viaggiatore dell’epoca, nelle guide, trovava l’indicazione di “cento città” da visitare, anche se il percorso privilegiato era Firenze – Roma – Napoli. La prima tappa era sulle rive dell’Arno per il fascino del Rinascimento toscano, poi si proseguiva verso la Città Eterna, con le sue antichità, le sue rovine, ma anche i gioielli della città barocca e settecentesca, come provato dalle meravigliose vedute di Giovanni Paolo Pannini in mostra. La terza tappa, in virtù del suo incanto naturale e paesaggistico, era Napoli. Il Vesuvio, il Golfo e le sue moltissime chiese attirarono in città moltissimi artisti stranieri, anche per la presenza della corte e delle regge di Caserta e Capodimonte. Alcuni di loro si mossero al seguito di alcuni dei viaggiatori più colti e facoltosi, e li ritrassero in dipinti di grande valore paesaggistico, con arditi scorci e un’iconografia, specie nella rappresentazione del Vesuvio di Volaire, legata al concetto di “sublime” preromantico, all’interno di un notturno che diventa quasi teatrale per la sua spettacolarità, tra il crepuscolo della luna e il rosso intenso della lava. Ultima tappa, lungo la strada del ritorno in Nord Europa, era Venezia, sempre per le sue bellezze ma anche per le lussuose feste che la caratterizzavano: qui, però, i vedutisti stranieri erano sostituiti dagli artisti locali, come Bellotto o Canaletto, ineguagliabili per abilità e minuzia nel dettaglio. 

Una delle esperienze fondamentali del Grand Tour fu quella della contemplazione della veduta urbana o del paesaggio, specie se circondato da antiche rovine. In questo tipo di paesaggi, frutto della transizione dal sublime neoclassico al sentimentalismo preromantico, c’è la netta contrapposizione tra Uomo e Natura, anche se, nonostante ciò, alcuni esemplari continuano a decantare la “rovina” come un elemento evocativo ed estetizzante: ciò è evidente nella bellissima Tomba allegorica di John Campbell, duca di Argyll, dipinta dal bolognese, ma bresciano d’adozione, Francesco Monti, con tonalità ancora barocche e legate al classicismo emiliano del Dal Sole. Proliferò, in questi periodi, anche il “capriccio”, ovvero quella veduta di un paesaggio bucolico circondato da rovine in cui rievocare famosi monumenti esistenti in una chiave fantasiosa, come provato dalle opere presenti di Hubert Robert, pittore francese campione del genere. In questo ambito si mosse anche un artista come Ducros, che ritrasse il futuro zar di Russia Paolo e la moglie Maria all’interno delle rovine del Foro romano e alla Villa Adriana a Tivoli, ma in una dimensione trasognata, quasi da capriccio. Degna di nota è anche la rappresentazione dei luoghi mitologici che circondano Napoli, come provato dalla bellissima Tomba di Virgilio dell’inglese Joseph Wright of Derby, così come le raffigurazioni della Sicilia, Siracusa e Taormina soprattutto, di Ducros, nelle quali la realtà paesaggistica si fa struggente naturalismo. 

15 pompeo batoni ritratto di henry peirseIl Grand Tour è l’epoca del ritratto ufficiale, a figura intera, per intenderci, concepito come status symbol, ma anche come segno tangibile dell’esperienza compiuta con il viaggio di formazione. Il principale rappresentante di questa tendenza fu il lucchese Pompeo Batoni, forse il più grande ritrattista del Settecento italiano alla pari con Rosalba Carriera e Fra Galgario. I ritratti di Batoni, eseguiti prevalentemente a Roma su soggetti anglosassoni, sono raffigurazioni di una condizione sociale che considerava il classico e l’antico come un simbolo di ascesa e un fregio di superiorità culturale. Nei suoi ritratti, spesso, compaiono alcuni dei monumenti più famosi di Roma, intesi come simbolo di quella specificità italiana che fu il Grand Tour, oltre che un tramite per emergere in quell'alta società europea che vedeva il Grand Tour come un'esperienza da svolgere almeno una volta nella vita. Non mancano, inoltre, ritratti di personalità famose colte in momenti di conversazione accanto alle rovine, come provato dalle tele del conterraneo di Batoni, Stefano Tofanelli, ma anche dalla rappresentazione del conte di Firmian a Cuma, eseguita dal tirolese Martin Knoller, oppure ancora quella dei conti Tolstoj sulla riva degli Schiavoni a Venezia, opera di Giulio Carlini. Degni di nota sono anche alcuni ritratti di quella nobiltà europea che si rese protagonista di acquisti di antichità e opere d’Arte, come i due fratelli Papafava, di Angelica Kaufmann, oppure quello della duchessa Anna Amalia di Weimar, opera di Tischbein, che la raffigurò all’interno di una tomba pompeiana. Anche i ritratti del rivale di Batoni, Anton Raphael Mengs, sono frutto di un’attenta osservazione e rielaborazione del modello antico, come provato dalla Marchesa de Llano, affiancata a una simbologia legata alle virtù, con il pappagallo a rappresentare la Mimesis. Significativo è anche il ritratto di Goethe a Napoli del tedesco Kolbe, che rappresenta lo scrittore di Francoforte sullo sfondo del Vesuvio e del Golfo, in un momento di rielaborazione personale del viaggio di formazione in un altro, successivo, alla ricerca di se stesso. 

Roma, con la metà del Settecento, divenne la Capitale della ricerca sull’antico, grazie a Johann Joachim Wincklemann, il padre dell’estetica neoclassica, del quale è esposto un ritratto di Mengs. Nella Roma dell’epoca proliferarono restauratori come Cavaceppi, ma anche artisti poliedrici come Piranesi, o, ancora, negli anni successivi, il giovane Ingres. A Napoli si trovò, invece, una delle maggiori artiste del primo Ottocento francese, Louise-Elisabeth Vigée Le Brun, che ritrasse un Giovanni Paisiello intento a comporre guardando nel vuoto con un’aria sognante. 

La conclusione della mostra è affidata a una mirabile collezione di souvenir, di taglio neoclassico, come il tavolo a mosaico del Barberi oppure le anfore ispirate ai vasi antichi, dei Valadier, accostate a un ritratto del francese Laurent Pecheux, che fu attivo tra Roma e Parma, e, poi, a una serie di rappresentazioni su tela del popolo italiano, immortalato dagli artisti durante i loro Grand Tour. Gli artisti amavano la popolazione per i suoi costumi incorrotti e i suoi usi, quasi ancestrali, e ne fecero il perno per sviluppare nuove scene di genere, in cui la quotidianità divenne un riflesso delle virtù delle divinità antiche ammirate nell’Urbe e a Napoli, ma anche dell’ideale estetico delle statue classiche. La bellezza femminile, esemplificata dalla modella Vittoria Caldoni, riprese il canone classico ma calandolo nella dimensione del modello raffaellesco, frutto di una modestia umana e morale senza pari.

Grand Tour. Sogno d’Italia da Venezia a Pompei
Gallerie d’Italia. Piazza della Scala 6, Milano
Orari: si veda il sito gallerieditalia.com
Biglietti: intero 10,00 €, ridotto 8,00 €
Info: www.gallerieditalia.com

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