Corso di teatro a Milano: dentro Teatri Possibili

Come si prepara davvero un attore? Cosa succede in una scuola di teatro prima che si alzi il sipario? Tra il 2015 e il 2016 MilanoFree entrò nelle aule di Teatri Possibili a Milano e seguì per mesi un gruppo di aspiranti attori, dalle prime lezioni fino allo spettacolo finale.
Ne nacque InScenaMi, un reportage a puntate che raccontava il teatro da un punto di vista insolito: non dalla platea e nemmeno dal palcoscenico, ma dall'interno di una sala prove. Training, esercizi apparentemente impossibili, assegnazione delle parti, paure, entusiasmo e infine il debutto.
Questo articolo riunisce e aggiorna nel 2026 le cinque puntate originali pubblicate da MilanoFree tra il 2015 e il 2016, conservando lo stile e il racconto in prima persona dell'autore.
Entrare in una scuola di teatro
Come può sembrare strano, il nostro viaggio comincia con una pausa. Sì, proprio così. Anche se le pause solitamente si fanno dopo aver iniziato qualcosa, qui la pausa sigaretta è quasi il primo atto.
Gli aspiranti attori arrivano direttamente dalla frenetica vita quotidiana. Metropolitana, traffico, lavoro, telefonate. Poi si entra nella scuola e qualcosa cambia. Fuori Milano continua a correre; dentro, poco alla volta, il rumore si abbassa.
È qui che incontro Claudia, l'insegnante del corso di perfezionamento per attori. Mi presento come inviato di MilanoFree e le spiego l'idea: seguire per alcuni mesi il lavoro della classe e raccontare cosa succede davvero durante la formazione teatrale.
L'aula è essenziale, quasi spoglia. Parquet, pareti, poco altro. Non serve molto: lo strumento principale è il corpo dell'attore.
Gli allievi mi guardano incuriositi. Tolgo anch'io le scarpe, quasi per confondermi con loro, e comincia il lavoro.

Il training: il corpo prima delle parole
Prima di recitare bisogna imparare a usare il proprio corpo. Quello che a uno spettatore può sembrare naturale sul palcoscenico nasce spesso da ore di esercizi, ripetizioni e concentrazione.
Uno dei primi consiste nel toccare il muro con ogni singola parte del corpo, una alla volta. Sembra semplice finché non ci si prova: gli attori assumono posizioni strane, si piegano, si attorcigliano, scoprono movimenti che nella vita quotidiana non utilizziamo quasi mai.
Poi arriva la scomposizione del corpo. Una spalla deve muoversi senza trascinare il resto, un'articolazione deve diventare indipendente dalle altre. In coppia, uno degli attori diventa una sorta di marionetta e il compagno il suo burattinaio.
Il regista e teorico inglese Gordon Craig sognava l'attore come una sorta di super-marionetta completamente consapevole del proprio corpo. Vedere questi esercizi aiuta a capire quanto il lavoro dell'attore sia anche disciplina fisica.
Il training prepara alla fase successiva: l'interpretazione. Il gruppo comincia a lavorare su scene teatrali, cercando di passare da uno stato emotivo all'altro senza perdere controllo, presenza e ascolto.
È qui che si comprende una cosa fondamentale: il teatro è trasformazione. Entrare in scena significa mettere temporaneamente da parte la persona che si è fuori da quell'aula e cercarne un'altra dentro di sé.
L'energia dell'attore
Nella seconda fase del nostro viaggio la parola chiave diventa energia. È probabilmente una delle parole che si sentono pronunciare più spesso durante una prova teatrale.
Non è semplice forza fisica. È presenza, concentrazione, capacità di riempire uno spazio e stabilire una relazione con gli altri attori.
Gli allievi camminano seguendo traiettorie precise, con cambi di direzione netti. Il mantra della lezione è semplice: testa, corpo, vado. Ogni movimento deve essere deciso.
Un altro esercizio viene svolto in coppia con dei bastoni di legno tenuti tra i palmi delle mani. Nessuno deve lasciarli cadere. Per riuscirci bisogna seguire il movimento dell'altro, anticiparlo senza imporsi, trovare un equilibrio comune.
Quando gli occhi si chiudono, tutto diventa ancora più complicato. Rimangono il contatto, la percezione del compagno e quella famosa energia che fino a pochi minuti prima sembrava soltanto una parola.
Il gruppo lavora anche sulla concentrazione attraverso Meriggiare pallido e assorto di Eugenio Montale. La poesia viene recitata in cerchio, una parola per ciascun attore. Basta una distrazione e si ricomincia.
Claudia li chiama i pensieri parassiti: quelle distrazioni che arrivano proprio quando l'attore dovrebbe essere totalmente presente. Basta che uno perda concentrazione perché l'effetto si propaghi alla scena e, inevitabilmente, allo spettatore.

Il ritmo e la scelta di Molière
Passano i mesi e arriva un momento che tutti stavano aspettando: bisogna decidere lo spettacolo di fine corso.
La scelta cade su Le Intellettuali di Molière, commedia del 1672 che prende di mira l'ostentazione della cultura, l'opportunismo e chi utilizza raffinatezza e conoscenza come strumenti per apparire ciò che non è.
Un testo antico, ma con meccanismi comici che funzionano ancora. E soprattutto un testo che richiede una qualità fondamentale: ritmo.
Il ritmo teatrale non significa necessariamente andare veloce. Una scena può essere lenta e avere un ritmo perfetto. È la capacità di mantenere viva l'azione, sapere quando parlare, quando aspettare, quando cambiare intenzione e quando lasciare spazio a un altro attore.
Durante il training una musica può trasformare l'aula. Gli attori devono cogliere la prima immagine suggerita da ciò che ascoltano e darle corpo. Lo spazio si riempie così di personaggi improvvisati, situazioni, animali, persone smarrite in un labirinto immaginario.
È gioco, naturalmente. Ma è un gioco molto serio: insegna a reagire senza avere il tempo di costruire razionalmente ogni gesto.
Quando arrivano le parti
Poi Claudia annuncia che è arrivato il momento dell'assegnazione dei ruoli.
Chiunque abbia fatto teatro conosce quella sensazione. Hai letto il copione, hai già immaginato quale personaggio potrebbe essere tuo e inevitabilmente cominci a sperare: quello sì, quello magari no, quello sarebbe perfetto.
Nel gruppo de Le Intellettuali molti interpreti dovranno affrontare più ruoli e alcuni personaggi cambieranno attore nel corso dei diversi atti. È un esercizio ulteriore: non aggrapparsi a un solo personaggio ma imparare a costruirne più di uno.
Tra gli allievi che arriveranno fino allo spettacolo finale ci sono Luigi Bertacchi, Massimo Cordella, Marianna Croci, Rinamaria Galeaz, Alessandro Manfredi, Francesco Marchi, Arianna Monguzzi, Duilio Papi, Stefania Pecchini e Sandra Tognarin.
Iniziano le prove vere e proprie. Le indicazioni diventano più precise, le battute devono trovare intenzione e misura, i personaggi cominciano lentamente a prendere forma.
È la fase in cui ci si accorge che comprendere razionalmente una scena e riuscire a rappresentarla sono due cose completamente diverse. Un attore può sapere perfettamente cosa dovrebbe provare il suo personaggio e non riuscire ancora a farlo arrivare al pubblico.
Si prova. Si sbaglia. Si riprova. Poi magari un dettaglio, un gesto o una diversa intenzione sblocca improvvisamente tutto.
La paura prima del debutto
Arrivano giugno e le ultime prove. Il lavoro di mesi deve finalmente trasformarsi in uno spettacolo.
Gli attori sono carichi e contemporaneamente pieni di dubbi. Le scene sono ormai montate, ma proprio quando il debutto si avvicina possono riaffiorare tutte le insicurezze: non ricordare una battuta, non trovare il personaggio, sbagliare un ingresso, non essere all'altezza.
Da fuori si immagina spesso l'attore come una persona estremamente sicura di sé. Dentro una sala prove si scopre anche il contrario.
L'attore ha paura. La differenza è che deve imparare a portare quella paura sul palcoscenico e trasformarla in qualcosa di utile.
Il teatro vive proprio di questo paradosso. Chi sale sul palco si espone davanti a persone sconosciute e, nello stesso momento, si nasconde dietro un personaggio. Mostra fragilità che nella vita quotidiana magari cerca di proteggere.
Lo spettacolo è ormai vicino. Nel linguaggio del teatro c'è un solo augurio consentito: merda, merda, merda.
La tradizione viene fatta risalire all'epoca in cui il pubblico raggiungeva i teatri in carrozza: molti cavalli davanti all'ingresso significavano molta gente in sala. Da qui il curioso augurio che ancora oggi gli attori si scambiano prima di entrare in scena.
Lo spettacolo finale: Le Intellettuali di Molière
E infine arriva il momento per il quale si è lavorato tutto l'anno.
Le Intellettuali nella versione preparata dalla scuola Teatri Possibili va in scena al Teatro Libero di Milano. Per chi ha seguito le prove durante i mesi precedenti è quasi inevitabile guardare lo spettacolo in modo diverso: dietro ogni battuta si riconoscono esercizi, correzioni e tentativi visti nascere nell'aula.
La sorpresa principale è la freschezza con cui gli allievi riescono a portare in scena Molière. Il ritmo rimane sostenuto e il testo, non sempre semplice, conserva la sua forza comica.
La satira dell'autore francese contro l'intellettualismo fine a se stesso funziona ancora: personaggi che ostentano cultura, opportunisti pronti a sfruttare le debolezze degli altri e persone più schiette che finiscono per apparire infinitamente più sagge.
Ma osservando lo spettacolo c'è soprattutto una cosa che salta agli occhi: gli attori si divertono.
Ed è forse la migliore conclusione possibile per questo viaggio. Perché se chi è sul palcoscenico riesce a divertirsi senza perdere precisione e ascolto, quella stessa energia finisce quasi inevitabilmente per raggiungere anche la platea.
Il nostro viaggio si conclude quindi dove ogni corso di teatro spera di arrivare: davanti a un pubblico. Ma dopo aver seguito il percorso dall'interno, il palcoscenico non sembra più semplicemente il luogo dello spettacolo. È il punto di arrivo di mesi di lavoro che normalmente rimangono invisibili.
Teatri Possibili oggi
Il reportage originale fu realizzato quando Teatri Possibili aveva sede in via Savona. Da allora la scuola si è trasferita poco distante, in via Voghera 9 a Milano, nella zona Tortona.
La realtà è ancora attiva nella formazione teatrale e propone corsi di recitazione, interpretazione, improvvisazione, movimento scenico, teatrodanza e percorsi dedicati anche alla recitazione cinematografica.
Anche Claudia Negrin, che abbiamo incontrato alla guida degli allievi nelle puntate originali di InScenaMi, continua a occuparsi della didattica di Teatri Possibili ed è docente di interpretazione.
A più di dieci anni di distanza, quindi, quelle vecchie lezioni raccontate da MilanoFree conservano qualcosa che non è cambiato: dietro uno spettacolo teatrale c'è un lavoro fatto di corpo, ascolto, disciplina, errori, tentativi, paura e, soprattutto, presenza.
Domande frequenti
Cosa si fa durante un corso di teatro?
Un corso di recitazione non consiste soltanto nell'imparare delle battute. Il lavoro comprende normalmente training fisico, uso dello spazio, concentrazione, ascolto degli altri attori, improvvisazione, costruzione del personaggio e interpretazione del testo.
Serve esperienza per iniziare a fare teatro?
Dipende dal corso. Esistono percorsi per principianti e corsi avanzati o di perfezionamento per chi ha già esperienza. Il reportage di InScenaMi seguiva un gruppo inserito in un percorso di perfezionamento.
Perché gli attori fanno esercizi fisici prima di recitare?
Perché il corpo è uno degli strumenti principali dell'attore. Gli esercizi servono a sviluppare consapevolezza, coordinazione, presenza scenica, capacità di controllare il movimento e relazione con gli altri interpreti.
Perché a teatro si dice "merda" prima di uno spettacolo?
È il tradizionale augurio teatrale prima di andare in scena. Secondo la spiegazione più diffusa deriva dall'epoca delle carrozze: molti cavalli davanti a un teatro erano il segnale di una sala piena di spettatori.
Dove si trova oggi Teatri Possibili a Milano?
Teatri Possibili ha sede in via Voghera 9, nella zona Tortona di Milano, raggiungibile anche dalle fermate M2 Porta Genova e Sant'Agostino.
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