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Clod The Ripper: il tatuatore milanese dell’“horror chic”

  • Valentina Fumo
Clod The Ripper, tatuatore milanese
Claudio De Rosa, in arte Clod The Ripper: un tatuatore milanese con un’estetica “dark” molto riconoscibile.

Claudio De Rosa, in arte Clod The Ripper, ha scelto questo soprannome nel 2003 come omaggio a Jack lo Squartatore. “Sono da sempre appassionato di serial killer”, racconta. Milanese, classe ’82, Clod è un tatuatore che ha costruito un’identità forte: bianco e nero, contrasti, dettagli grafici, suggestioni horror “raffinate”.

Questa intervista nasceva nel periodo in cui Clod compariva anche in un programma televisivo dedicato ai tatuaggi: oggi quel contesto è cambiato, ma le sue parole restano interessanti perché raccontano cosa significa tatuare davvero, tra artigianato, tecnologia, immaginario e rapporto con Milano.

Chi è Clod The Ripper

Clod si definisce un artista “a tutto tondo”: canta, suona (basso e batteria) in band death metal, dipinge. Ma è il tatuaggio ad avergli dato la sensazione più forte: l’idea di un’arte che si fa “da uomo a uomo”, a distanza zero, e che vive sul corpo.

Perché il tatuaggio è un’arte diversa

D: Sei un artista a tutto tondo: cosa ti dà in più il tatuaggio?
R: Mi ha sempre affascinato la permanenza dei tatuaggi sulle persone e mi rattrista che oggi si possano cancellare più facilmente. Amo anche il paradosso: il tatuaggio rimane a vita sul corpo, ma muore con esso. È un’arte applicata: su pelle, da uomo a uomo, a distanza zero.

Gli esordi: dal piercing all’apprendistato

D: Hai iniziato a tatuare giovanissimo. Mi racconti i tuoi esordi?
R: Mi sono sempre piaciute le cose e le persone estreme. Da ragazzino la pelle tatuata mi colpiva tantissimo. Avevo diciotto anni, una passione per il disegno che viene da mio padre e già facevo piercing. Mi sono proposto per fare apprendistato in molti studi milanesi; ho ricevuto tante porte in faccia finché qualcuno mi ha detto: “Ma sì, dai, vieni”. E allora bigiavo la scuola al mattino per andare a vedere come si tatuava.

D: Ti ricordi la prima volta che hai tatuato qualcuno?
R: Ho tatuato me stesso! Un geco. È un grande classico: prima rovini te stesso, poi passi al miglior amico, poi alla fidanzata…

Clod The Ripper al lavoro nello studio di tatuaggi
La parte “invisibile” del tattoo: concentrazione, tecnica e gestione della persona (dolore compreso).

Milano, tra amore e odio

D: Sei nato e cresciuto a Milano. Qual è il tuo rapporto con la città?
R: È un rapporto di odio e amore, non c’è un grigio nel mezzo. Non cambierei Milano con nessun’altra città: è perfetta geograficamente per chi viaggia molto, c’è un’enorme offerta culturale ed è molto funzionante. Poi ha i lati negativi della grande città: traffico, smog, rumore. Ho cercato equilibrio vivendo in una cascina leggermente fuori Milano: c’è un piccolo parco, una vecchia cava, un laghetto. È la mia oasi felice.

Dylan Dog, Monumentale e l’immaginario dark

D: Ho visto alcuni tuoi lavori: teschi, demoni, visioni da incubo. È vero che ti ispiri anche alle statue del Cimitero Monumentale?
R: Sì. La copia dal vero aiuta e da ragazzino andavo spesso a disegnare al Monumentale. Ora, quando sono più impegnato, faccio la stessa cosa con immagini di statue: da lì sviluppo soggetti o uso dettagli come referenze.

D: Cosa alimenta il tuo immaginario?
R: Leggo Dylan Dog dalle elementari: ho tutta la collezione. Poi divoro film horror. Leggo moltissimo, ma quasi solo saggi: preferisco l’informazione senza fronzoli.

D: Saggi su cosa?
R: Serial killer, psicotici…

Cos’è l’“horror chic”

D: Cosa rende unico il tuo stile?
R: Mi sento in continua ricerca. Credo che il mio stile sia caratterizzato da un uso molto strutturato del bianco e nero, come se fosse un colore con tante tonalità e sfumature. All’inizio facevo horror e splatter molto espliciti. Ora mi piace un horror più fine, più velato: più linee, più elementi grafici, decorazioni sottili in un contesto macabro.

Lo definisce così: “horror chic”, un “horror milanese”. Una formula che rende bene l’idea: non solo shock, ma stile, composizione, atmosfera.

Convention e mondo tattoo

D: Che rapporto hai con le convention?
R: Mi stressano, ma sono occasioni eccezionali di confronto. Ci sono convention prestigiose dove incontri artisti fortissimi, vedi come lavorano, scambi due parole davanti a una birra. Durante le convention ti promuovi, conosci i produttori, testi materiali nuovi. Sono momenti fantastici.

D: Qualcuno, per il dolore, ti ha mai lasciato un tatuaggio a metà?
R: No. Ma l’ho fatto io: un cliente continuava a chiedere pause e a muoversi. Dopo ore gli ho detto basta. Devo esercitarmi con la pazienza…

Valentina Fumo


FAQ

Che cosa significa “horror chic” nel tatuaggio?

È un horror meno “urlato” e più costruito: grafica, linee, composizione, contrasti in bianco e nero e dettagli macabri inseriti con gusto decorativo.

Perché il Cimitero Monumentale può ispirare un tatuatore?

Perché è pieno di sculture e simboli: studiarne forme e dettagli aiuta a costruire soggetti credibili e potenti.

Il mondo tattoo è cambiato rispetto ai primi anni 2000?

Sì: più materiali, più tecnologia, più specializzazione per stili (giapponese, chicano, horror, ecc.) e più consapevolezza da parte dei clienti.

 

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