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Inquinamento agricolo: l'impatto degli allevamenti intensivi

mucche allevamento lombardia foto mfConosciamo tutti il grave problema dell'inquinamento dell'aria, dell'acqua e del suolo, tra cui figura anche quello di tipo agricolo. Tuttavia è opportuno fare un po' il punto della situazione sull'aspetto che attiene al settore dell'allevamento.

La Coldiretti sottolinea che l'impatto ambientale dell'allevamento nazionale italiano non è così eclatante come certe fake news vogliono dare ad intendere, colpevolizzando oltre misura il comparto allevamento. Nessuno vuole celare il problema, ma questi va visto nella sua giusta dimensione.

Si può ben vedere come i livelli di inquinamento, grazie alle restrizioni imposte per il coronavirus, si siano molto ridimensionati, come immagini satellitari mostrano, e questo è indubbiamente un dato che deve far riflettere. Dobbiamo dare adito che nelle stalle italiane si continua a lavorare per garantire latte e carne sul mercato per le famiglie italiche.

Vediamo allora la situazione dell'allevamento soprattutto nella nostra valle Padana. Nelle quattro regioni della Pianura Padana si concentra oltre l'85% di tutti i suini allevati in Italia, e circa il 70% dei bovini, rappresentando il doppio della popolazione esistente nelle quattro regioni padane. Ad esempio nella Bassa bresciana si allevano 2 milioni di maiali e quasi 1 milione di bovini. È evidente che il problema delle deiezioni animali si pone, e una soluzione è quella dello spandimento sui campi, ovviamente nelle giuste quantità e quando le colture richiedono tali fertilizzanti.

Questo sistema ha un impatto, così rileva l'Arpa Lombardia, sul suolo e acque, infatti, i composti azotati in eccesso sono all'origine dell'inquinamento da nitrati di canali, fiumi e falde acquifere. Questa è sicuramente una situazione che deve preoccupare e non poco. Legambiente rivolge quindi un appello ai Sindaci "affinché pretendano un serio piano regionale e nazionale per fermare gli eccessi delle monocolture e degli allevamenti intensivi, trasferendo le risorse UE a beneficio della zootecnia e dell'agricoltura sostenibile".

È facile capire come l'allevamento intensivo sia un danno non solo ambientale, ma anche per gli stessi animali allevati, sottoposti a un regime che altera la loro natura: con possibili conseguenze anche sulla salute umana?

Penso che quest'appello sia quanto mai ragionevole e opportuno. Legambiente suggerisce anche di predisporre un "indice di pressione" per le stalle, così come la Regione ha fatto per le discariche. È pur vero che sono due settori diversi, ma nell'interesse della salvaguardia dell'ambiente sono ambedue importanti e con un impatto non indifferente nell'economia. Inoltre entrambi i settori sono interessati a investire in risorse tecnologiche che tengano conto dell'aspetto natura. In pratica l'idea è quella che la Regione imponga i medesimi vincoli e le stesse regole, impedendo l'aumento degli animali allevati in zone già sature.

Insomma, una soluzione che non penalizzi gli agricoltori – allevatori ma neppure sottoponga la natura a subire illogico inquinamento e gli animali a uno stress deleterio, è necessario sia trovata e fatta applicare. Nessuno può negare che il continuo depauperamento e inquinamento della natura sia causa di accidenti sul territorio e svilupparsi di malattie deleterie per l'uomo e per la stessa natura.

Aspettare perdendosi in tavole più o meno rotonde, in lungaggini burocratiche all'italiana o in discussioni politiche" per partito preso", è da irresponsabili. Più presto si agisce meglio è per tutti.

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