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Coronavirus e teatri chiusi: qualcosa che non potremo più dimenticare

teatro pixabayCome ben sanno tutti i nostri lettori, in seguito alla diffusione del coronavirus sul territorio italiano, in particolar modo in Lombardia, la regione e il comune di Milano hanno assunto una serie di provvedimenti a tutela della salute pubblica tra i quali la chiusura di cinema, teatri e più in generale dei luoghi di intrattenimento culturale della nostra bella città.

Questo articolo non intende esprimere alcuna considerazione di ordine sanitario o politico sul momento sicuramente complicato che tutti noi stiamo vivendo. Vuole piuttosto essere un'occasione di pensiero e di riflessione sulla situazione che il mondo del teatro, e del teatro milanese in particolare, sta vivendo in questi giorni difficili.

Chiudere i teatri significa innanzitutto, interrompere l'attività lavorativa di numerosi professionisti del settore, che in questi giorni sui social network e anche in conversazioni private con chi scrive, manifestano un'oggettiva preoccupazione per il contraccolpo economico che dovranno affrontare: spettacoli saltati e non riprogrammabili nella stagione in corso, attività laboratoriali animative e di scuola di teatro ferme sono, infatti, per i molti attori, attrici, registi, animatori, tecnici, scenografi, un grosso problema che aumenterà sempre più con il prolungamento del periodo di stop.

Chiudere i teatri, tuttavia, non significa solo questo. Il teatro, da sempre, ha costituito per gli esseri umani un'occasione per celebrare lo stare insieme, l'essere comunità. L'uomo, come disse Aristotele, è un animale politico, nel senso che ama e ricerca la compagnia dei propri simili, nonostante a volte vivere insieme risulti difficile o addirittura fastidioso. Perché nessun uomo è un'isola e tutti noi traiamo forza ed energia dalle altre persone. Tanto più quando siamo uniti nella contemplazione della bellezza. Tanto più quando siamo a teatro.

Capita che nel "nel tempo ordinario" si sentano in giro discorsi in base ai quali il teatro o l'arte siano da considerarsi forme di "ozio" improduttive, che con la cultura non si mangia e altre amenità del genere. Capita anche di sentire qualcuno affermare, in un periodo stra-ordinario come questo, di considerare del tutto futile la preoccupazione per la chiusura delle sale teatrali perché "ci sono cose molto più gravi a cui pensare". Capita, sì.

Quel qualcuno però, probabilmente, non ha mai sentito parlare di Antonin Artaud, il grande uomo di teatro del secolo scorso, il quale diceva che il teatro è come la peste (sì non sto scherzando!), non perché provochi malattia o morte ovviamente, ma perché apre possibilità, dischiude scenari, sospende l'ordine sociale, ci spinge oltre la dittatura dell'immutabile. E ci autorizza a sognare.

Ecco allora che questa indecifrabile "peste" contemporanea che chiamiamo coronavirus, con tutti i disagi che ci sta procurando, può diventare l'occasione di farci crescere la voglia di tornare presto ad abbracciarci, stare insieme, parlare, bere, mangiare o anche solo restare seduti vicini davanti a un palco ad ammirare altri uomini e donne in carne e ossa come noi lì per regalarci emozioni.

Quando tutto questo sarà finito, faremo bene a non dimenticarcene. Faremo bene a non dimenticarcene, mai.

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