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8 marzo: una lettera alle nostre figlie (oltre le mimose)

  • Paola Cavioni
Mimose per l’8 marzo, simbolo della Giornata internazionale della donna
L’8 marzo non è un mazzo di mimose: è una domanda aperta su libertà, rispetto e futuro.

Penso alle nostre bambine. A come saranno da grandi. E in questi giorni di 8 marzo la domanda arriva sempre uguale: che cosa possiamo trasmettere perché crescano autonome, libere nel pensiero, salde nelle scelte?

Oltre le mimose

Vorrei una donna che festeggia il suo “essere donna” tutti i giorni, non solo l’8 marzo con il giallo delle mimose. Una donna che preferisce sentirsi riconosciuta per la sua intelligenza, per la sua competenza, per la sua determinazione, più che per l’aspetto.

Una donna che sogna di diventare ingegnera, scienziata, artista, medico, artigiana, imprenditrice. O qualunque cosa desideri, senza sentirsi dire (nemmeno tra le righe) che “non è un lavoro da femmine”. Una donna, soprattutto, libera.

Che società stiamo costruendo

Ma guardando questo “donnino in miniatura”, la domanda più grande è un’altra: che società la vedrà crescere? Una società ancora silenziosamente maschilista, capace di proclamare l’uguaglianza e poi praticarla solo a parole?

Una società in cui le donne faticano ancora a crearsi spazio nel lavoro perché considerate “potenziali madri”, come se la maternità fosse una colpa e non un diritto (e una responsabilità sociale condivisa). Una società in cui troppe violenze restano dietro porte chiuse, tra vergogna, paura e isolamento.

Libertà, rispetto, scelte

Quello che mi auguro per mia figlia, e per tutte le figlie del mondo, è una vita in cui non debbano avere paura di camminare la sera, di vestirsi come vogliono, di dire “no” senza pagare un prezzo. Una vita in cui possano denunciare violenze e abusi ed essere aiutate davvero, con una rete che funziona.

Una società finalmente svincolata dai ruoli “preconfezionati”: donna-regina-del-focolare, donna-che-deve-piacere, donna-che-deve-sopportare. Una società popolata di persone realizzate nella vita lavorativa e familiare, libere di scegliere: cucinare perché va, non perché “si deve”; prendersi cura perché si vuole, non perché “tocca a te”.

Perché i numeri contano

Non scrivo per fare la cronaca dei dati, ma i numeri servono a ricordarci che non è un tema “di costume”: è una realtà che riguarda vite, famiglie, comunità. E ci dice una cosa netta: per molte donne la violenza nasce e cresce dentro relazioni affettive, non “per strada” e basta.

Il desiderio, allora, è semplice e enorme: che l’8 marzo diventi ogni anno un promemoria per fare meglio, con educazione, prevenzione, servizi, ascolto. E con una cultura che non minimizza, non colpevolizza, non chiede alle donne di “stare attente”, ma chiede agli uomini di cambiare e alla società di proteggere.

Una cosa concreta: se conosci una donna che vive una situazione difficile, non basta dire “chiamami se ti serve”. A volte serve anche accompagnare, ascoltare senza giudicare, aiutare a trovare una rete.

Se serve aiuto: numeri utili

  • 1522 – Numero antiviolenza e stalking (gratuito, attivo 24/7) + chat online
  • 112 – Numero unico europeo per le emergenze

Continuo a sperare in un futuro migliore per noi donne. E a ricordarmi che la strada per poter festeggiare davvero, ogni giorno, è ancora lunga.

Paola Cavioni

  • Ultimo aggiornamento il .