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Caporalato: lavoro ai margini della democrazia intervista al Dottor Marco Omizzolo

foto omizzolo marco

Il caporalato, considerato come il lavoro a cottimo, cioè quando il lavoratore è retribuito in base al risultato ottenuto, esempio può essere una cassa di pomodori, invece di essere pagato in base alle ore effettuate, rappresenta in Italia  una delle forme più illegali di reclutamento.

Ad essere coinvolti in questo fenomeno, sono spesso stranieri, molti dei quali irregolari e  costretti a lavorare ore ed ore , in situazioni al limite delle proprie forze e della propria salute.

Da nord a Sud, nonostante, varie iniziative da parte delle istituzioni nel contrasto e nella regolarizzazione di chi si trova in questa situazione, il caporalato continua ad essere un fenomeno molto accentuato.

Il dottor Marco Omizzolo, sociologo e ricercatore Eurispes e docente  presso l'Università La Sapienza di Roma, si occupa di studi e ricerche sui servizi sociali, sulle migrazioni e sulla criminalità organizzata.

Professore, Perché sussiste ancora questo fenomeno in Italia?

Il “caporalato”, è utile ricordarlo, è attività illecita di intermediazione, ossia attività messa in campo da un soggetto, il caporale, allo scopo di selezionare e reclutare manodopera bracciantile, spesso di origine immigrata, da impiegare dentro un'azienda o cooperativa agricola (e non solo) alle condizioni sociali, lavorative, di sicurezza e retributive imposte dal datore di lavoro. Per questo il “caporalato”, attività torno a ripetere illecita da anni, costituisce solo un aspetto del fenomeno dello sfruttamento. Personalmente parlo da tempo di “padronato”, riconoscendo una responsabilità superiore al datore di lavoro criminale che recluta un caporale allo scopo di reclutare a sua volta lavoratori e lavoratrici da sfruttare. Si tratta di un fenomeno antico, presente sin dall'Ottocento nel Nord e nel Sud del Paese ma che nel corso degli ultimi anni, per via di diversi fattori come norme e procedure sbagliate (legge Bossi-Fini, continue sanatorie, decreto Flussi, decreto Sicurezza, riforme del mercato del lavoro e del welfare...), di approcci e politiche, generalmente definite sovraniste e non solo, che non hanno intercettato i flussi migratori come opportunità da gestire con servizi avanzati e trasparenti, come denunciato da Amnesty, ma come “utili invasori”, per riprendere Ambrosini, ossia soggetti da aggredire e ghettizzare sul piano sociale, culturale, economico e politico ma da sfruttare nelle famose attività delle 3d, ossia pericolose, poco retribuite e socialmente poco apprezzate. Il tema non è dunque solo economico legato alla dimensione retributive del lavoratore o della lavoratrici sfruttata, migrante o italiane, e alle ore quotidiane lavorate, ma politico e culturale. Come diceva Sayad le migrazioni sono un fenomeno totale capace di mettere in rilievo, per la sua capacità di essere specchio, le contraddizioni, a volte ancora non esplicite, delle nostre comunità. Se esistono e persistono casi di “caporalato” e “padronato” dovremmo domandarci che genere di società, di sistema di produzione e di mercato del lavoro come Paese abbiamo e stiamo costruendo. Il “caporalato” è espressione della nostra organizzazione e non della volontà o della predisposizione culturale, come alcuni erroneamente ritengono, dei lavoratori e delle lavoratrici di origine immigrata.

Lavoratori che vengono reclutati come schiavi costretti a lavorare in una situazione disumana, rischiano di compromettere la propria salute e la propria vita. Secondo lei come si stanno ponendo le istituzioni davanti ad un problema come questo?

Il fenomeno è noto da anni. Esistono i ghetti nel Sud e nel Nord del Paese. Ogni anno vengono pubblicate ricerche, indagini, inchieste e report di grande spessore che però faticano a diventare politiche innovative di accoglienza, inserimento, formazione e impiego avanzato per i migranti in un'ottica di necessità etica e di diritto per il Paese. Tra le varie organizzazione cito Medu, ancora Amnesty, In Migrazione, Terra Onlus e molte altre. Cito anche la rivista Ossigeno edita da People che sistematicamente racconta fatti, processi e condizioni di vita di coloro che continuano ad essere, per riprendere Frantz Fanon, i dannati della terra. La classe politica del Paese deve trovare il coraggio e con essa anche la cittadinanza di riflettere su quelle analisi e denunce per trasformarle in politiche rinnovate e avanzate in cui a vigere è il diritto costituzionale e non quello padronale. Se, come afferma giustamente l'Osservatorio Placido Rizzotto, in Italia nel 2020 ci sono state 180 mila lavoratori agricoli costretti a vivere e lavorare in condizioni di grave subordinazione e sfruttamento questo interroga il funzionamento delle nostre istituzioni e della nostra democrazia. Continuo ad affermare che dove vige grave sfruttamento, caporalato, ghettizzazione e povertà strutturale non esiste democrazia. Se secondo Gian Carlo Caselli, responsabile dell'Osservatorio sulle Agromafie, e Gian Maria Fara, presidente di Eurispes, ancora oggi la mafia “condiziona il mercato, stabilendo i prezzi dei raccolti, gestendo i trasporti e lo smistamento, il controllo di intere catene di supermercati, l'esportazione del nostro vero o falso made in Italy, la creazione all'estero di centrali di produzione dell'Italian sounding”. Le mafie, il caporalato, le agromafie sono ancora una centrale di produzione di ricchezza e di potere che affonda radici e identità nei terreni agricoli, nei prodotti ortofrutticoli che da essi derivano, nei grandi mercati ortofrutticoli d'Italia e nella catena del valore e del profitto che concorre, insieme alle strategie e pratiche scorrette della grande distribuzione organizzata, a determinare i prezzi dell'ortofrutta italiana, stritolando la buona impresa e il lavoro dignitoso e contrattualizzato. Le cifre parlano chiaro e l'organizzazione di questa dimensione è sistemica e non più da considerare marginale o periferica.

La maggior parte dei lavoratori sono extracomunitari. Se non fosse per loro, noi non avremmo in tavola quei prodotti agroalimentari che ogni giorno mangiamo. Nonostante questo c’è una frangia politica non favorevole all’immigrazione, dicendo che spesso sono queste persone che tolgono lavoro agli italiani. Cosa ne pensa di tutto questo?

Sono tesi superate e sconfessata dalla ricerca, dai fatti e dalle molte indagini condotte. La relazione tra lavoratori immigrati e italiani nel settore ad esempio dell'agroalimentare è di complementarietà e non competitiva. Come ha affermato e dimostrato Chiaromonte, giuslavorista dell'Università di Firenze, il mercato del lavoro in Italia presenta due caratteristiche, ossia è complementare rispetto a quello degli italiani, ed è segmentato fra lavoro regolare e lavoro sommerso. E ancora Chiaromonte fa notare che tale complementarietà è annualmente riconosciuta, tra le altre, dal Rapporto annuale sull’economia dell’immigrazione della Fondazione Leone Moressa8, dal quale emerge che i lavoratori di origine immigrata sono occupati prevalentemente in lavori di media e bassa qualifica: oltre un terzo degli stranieri esercita, infatti, professioni non qualificate (35,6%), circa un terzo ricopre qualifiche operaie e artigiane (29,3%), mentre solo il 6,7% sono professionisti qualificati; a ciò si aggiunge il fatto che essi sono spesso sovraistruiti rispetto alle mansioni svolte. Dunque anche questo Paese sta perdendo delle opportunità. In Germania, paese che pure ha numerose contraddizioni, i migranti per lavoro sono in genere benvenuti, soprattutto quando hanno esperienze di medio e alto profilo e poi lavorative che possono integrarsi coi bisogni del relativo mercato del lavoro. Da noi continuiamo ad avere in alcuni casi infermieri, medici, ingegneri e non solo impiegati come edili, braccianti e assistenti domiciliari. Se non capiamo che dobbiamo integrare anche le loro competenze e che questo è utile per il Paese continueremo ad essere imprigionati dentro retoriche e politiche pericolose come quelle sovraniste che rimandano a forme varie di razzismo, discriminazione e violenza. Ma il sovranismo si sconfigge culturalmente e politicamente con la volontà manifesta della popolazione di imprimere uno scatto di civiltà sui temi del diritto del lavoro, delle migrazioni e dell'accoglienza.

Durante la pandemia, le istituzioni hanno cercato di trovare delle soluzioni, un esempio è stata l’approvazione della legge Bellanova per regolarizzare soprattutto i lavoratori nei campi. Cosa è cambiato da quel momento e perché?

Una proposta corretta che ha però partorito contraddizioni profonde e numeri che hanno riflettuto esattamente un'attenzione non qualificata sul tema. La regolarizzazione è stata parziale, settoriale e sostanzialmente ancora non risolta per via di lentezze amministrative che devono essere risolte quanto prima. Secondo una recentissima inchiesta di Goffredo Buccini, editorialista del Corriere della Sera pubblicata il 15 settembre scorso, di tutte le domande presentate al Ministero del Lavoro solo il 35%, a distanza di oltre un anno, sono state lavorate. Ciò significa che esistono migliaia di donne e uomini che lavorano in condizioni di sfruttamento e privi di un permesso di soggiorno che hanno riposto fiducia nei confronti dello Stato alle quali sinora lo Stato non ha, colpevolmente, risposto. Una delle più gravi conseguenze di questa sanatoria necessaria, utile ma malamente articolata, è stato l'occasione che ha predisposto per sfruttatori, padroni e caporali di speculare ulteriormente sui migranti sfruttati. È noto il caso di Joban Singh, bracciante indiano di circa trent'anni che saputo della regolarizzazione ha cercato di usufruirne rivolgendosi al suo datore di lavoro che però gli ha chiesto circa 10 mila euro. Una vera e propripa speculazione. Per questa ragione Joban decise di suicidarsi in casa presso il residence Bella Farnia mare, a Sabaudia. Un caso che ha scosso le coscienze di chi ancora ne possiede una e che merita un impegno rinnovato contro lo sfruttamento. Impegno che Tempi Moderni sta tentando mediante il progetto “Dignità Joban-Singh” per dare accoglienza, assistenza e informazione, mediante anche l'associazione Progetto Diritti, a tutti coloro che vivono condizioni di sfruttamento ed emarginazione. Esiste anche un crowdfunding per chi volesse partecipare, quale modo concreto per rispondere alla domanda “che fare?”.

Lei è uno dei fondatori dell’associazione di Tempi moderni, di che cosa si occupa e quali sono gli obiettivi che si pone di raggiungere?

Tempi Moderni è un’associazione di promozione sociale che si occupa di studi, ricerche, formazione e indagini di carattere scientifico su argomenti d’attualità e di interesse accademico e sociale. Si occupa anche di promuovere e pubblicare inchieste giornalistiche in grado di tenere insieme approfondimento, rigore metodologico ed espositivo. Promuove saggi e articoli, monografie e collettanee attraverso pubblicazioni, l’organizzazione di eventi specifici come seminari, corsi di alta formazione e master, in collaborazione con università ed enti di formazione e ricerca riconosciuti. Si profila infine come un centro di ricerca moderno capace di sostenere una ricerca libera, indipendente e innovativa sul piano metodologico e comunicativo. Tra i nostri membri ci sono importanti docenti, ricercatori e attivisti, come Emilio Drudi, che da anni si occupa di monitorare e portare alla luce storie di profughi che fuggono dai loro paesi di origine e che vengono invece perseguitati, a volte perdendo la vita, dai militari dei loro paesi di origine ma anche dalla militarizzazione ed esternalizzazione delle frontiere imposte dall'Italia e Unione europea. Oppure, Thoma Casadei, che è professore associato di Filosofia del Diritto all’Università di Modena e Reggio Emilia e già vice direttore del dipartimento di Giurisprudenza dello stesso Ateneo, attualmente titolare dei corsi di Filosofia del diritto (M-Z) e di Teoria e Prassi dei Diritti Umani, oppure Pina Sodano, vice presidente di Tempi Moderni, arabista e docente presso l'università di RomaTre. Donne e uomini che sanno fare ricerca e indagine ma anche usare le opportunità della comunicazione per parlare ad un pubblico vasto di persone e agire con loro, come ci ha insegnato uno dei nostri massimi riferimenti, ossia Paulo Freire, di cui peraltro quest'anno ricade il centenario, per cercare di portare verità e giustizia in un mondo in cui dominano ancora ingiustizie e sfruttamento. Afghanistan docet.

Quali potrebbero essere le soluzioni per risolvere del tutto il fenomeno del caporalato?

Nessuno ha le soluzioni predisposte per problemi strutturali così sistemici, complessi e diffusi. Certo non possiamo continuare a fare finta di nulla, a parlare solo agli addetti ai lavori o nelle vie dell'accademia italiana. Dobbiamo avere la forza e autorevolezza per proporre cambiamenti e riforme possibili, rendere effettiva la nostra Costituzione, disvelare contraddizioni e interessi vari, a volte anche mafiosi. Ciò significa superare le pericolose tesi dell'antipolitica. Noi parliamo di politica e con la politica per cercare soluzioni, avanzare critiche e suggerimenti, sottolineare complicità e anche proposte avanzate e positive. Ciò significa chiedere a tutti di informarsi e agire collettivamente per realizzare quella “coscientizzazione”, per richiamare ancora Freire, che ci permette di scegliere e di non essere scelti, come infine cantava De Andrè. Noi siamo partiti e siamo a disposizione, senza fare sconti a nessuno, per provare a dare un contributo fattivo in termini di giustizia sociale, dignità e libertà in favore della democrazia e di tutto coloro che la abitano a prescindere da nazionalità, discendenze, genere, appartenenze di classe e forme varie di discriminazione.

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