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Le fragilità del comparto aereo: gli assistenti di volo tra crisi e covid

crisi settore aereo

Il comparto aereo è tra i settori più penalizzati con la pandemia che stiamo vivendo. Tutto si è fermato, bloccato e rischia di non tornare più come prima.

Ci sono persone che hanno fatto del viaggio una ragione di vita, che vedono un futuro senza certezze ma sono “obbligate” per lavoro a mantenere quella “calma e sicurezza”, che li contraddistingue anche nei voli più turbolenti.

Oggi Donato, ci racconta cosa sta accadendo con una lettera aperta, che abbiamo ricevuto.

Da che ho memoria, ho sempre voluto volare, ero e sono ancora tutt’ora affascinato dagli aerei, dall’aeroporto, e mentre Jean Marc Augè definisce gli aeroporti “non luoghi” per la loro propensione ad essere posti di passaggio, dove la vita non si fissa ma scorre in un divenire che non appartiene a quel luogo, per me alla fine sono diventati casa.

Appartengo con orgoglio ad una generazione di assistenti di volo, probabilmente l’ultima, che ha dovuto sostenere un vero e proprio iter selettivo multiplo, una serie di step fatti di selezione per titoli e concorso, colloqui gestionali e con psicologi, di simulazioni pratiche da come servire prelibatezze restando in bilico in un corridoio di un aereo con un bracciolo di un sedile sempre troppo infingardo, a evacuazioni da aerei in fiamme con tanto di bebè urlante, per poi finire in piscina a simulare di essere  naufraghi tipo Tom Hanks in  “Cast Away”.

Senza dimenticare che in questo lavoro conta ancora di più la tua empatia, il saper anticipare un bisogno, l’arginare situazioni difficili mettendoci sempre la faccia anche per errori che non sono imputabili a te.

La realtà è che chi come me ha vissuto, il disastro dell’11 settembre 2001, ha chiaro che da quel momento il settore del trasporto aereo ha scricchiolato pesantemente, destinato a riprendersi solo dietro il sacrificio di tutti coloro che ci lavoravano e ci lavorano. Eravamo di colpo fragili, e il cielo non era più un posto sicuro. 

Gli anni a seguire ci hanno modificato e snaturato, la gente considera l’aereo un autobus, complice l’ondata di low cost che dietro pratiche truffaldine di co_marketing hanno traviato il mercato, la pericolosità di un lavoro fatto sommariamente e la convinzione dei tagli lineari necessari, ci hanno traghettato ad un altro disastro, quello del 2008, il

Fallimento di Alitalia, la cordata dei capitani coraggiosi, il suicidio industriale di un’azienda bistrattata.

Ma a nulla sono servite le nozze coatte con AirOne, peggiore del male è stata la cura con la compagnia Etihad, aumentavano i tagli salariali, aumentavano i tagli alla normativa già stitica, e diminuivano drasticamente il numero di dipendenti e di aerei Alitalia dal 2008 a oggi si è vorticosamente trasformata in una scatola sempre più piccola, dove non ci sta quasi più nulla dentro, a malapena il cuore di chi ci lavora.

Ma l’attaccamento dei dipendenti è poca roba e Il cuore si sa è un bagaglio pensante anche per gli aerei.

In questo scenario di per sé apocalittico, ci siamo ritrovati traghettati in un incubo senza sosta, dapprima il commissariamento, lo spettro del fallimento, le aste al miglior offerente che poi così migliore non lo è mai (si vedano gli Arabi che alla fine della fiera sono andati via con le casse piene... le loro), e a concludere: UNA PANDEMIA.

Mi scuserete per l’excursus dottrinale a tratti cattedratico su chi è stata Alitalia, ma nel linguaggio aeronautico si usa distinguere la fatica in due termini: 

  • Operativa;
  • Cumulativa.

La prima è quella che si vive a seguito di un volo, che definiremmo propria dell’attività lavorativa svolta, esempio sono andato a New York e sono rientrato, in 3 giorni ho perso due notti, l’aereo era pieno, ho lavorato tanto sono stanco, ho bisogno di dormire.

La seconda è più di ampio respiro, annovera e ingloba la prima, ma si arricchisce di tante sfumature da renderla impervia.

La cumulativa annovera lo stress per le vessazioni, il clima ostile, la paura, l’incertezza, l’instabilità, la cassa integrazione pagata con 6 mesi di ritardo, i conti in casa che vanno verso il rosso, una politica che non dà risposte, un futuro che non sai se arriverà.

Insomma la fatica cumulativa è quella che definiremmo come: “l’annichilimento di un’intera vita lavorativa, con la perdita di sicurezza e propensione all’incredulità”.

Ecco come siamo arrivati al Covid noi di Alitalia, ci siamo arrivati annichiliti, spezzati, affaticati appunto.

Come lo viviamo in concreto? Il nostro foglio turni è una sequela di giorni in bianco,

Intervallato da un turno di volo. Per qualche fortunato è New York per qualche altro è qualche “giro di medio raggio”, in soldoni stiamo in giro per una manciata di ore, mentre a pieno regime volavamo fino a 90/95 ore al mese nei periodi caldi, oggi se arriviamo a 18 ore siamo già dei privilegiati.

E se non sarà la mancanza di soldi a spezzarci, dobbiamo combattere contro la possibilità che a bordo ci sia un positivo, perché se questo accade si attiva un percorso di “quarantena fiduciaria” che per qualcuno di noi si è attivato almeno già 2 volte e nel frattempo la tua vita va a rotoli... e mentre da un lato cerchi di non infettarti cercando di spiegare ai passeggeri i protocolli, dall’altro su qualche giornale già si vocifera di un nuovo taglio al personale...

E quindi a dispetto di uno stipendio a cottimo per la maggior parte, e sempre al di sotto dei nostri competitors diretti, ci avviamo a vivere uno dei periodi più incerti che si possa immaginare.

Gli aerei sono un po’ più pieni, a scapito di un taglio netto del numero delle tratte operate, la gente in aereo sta seduta e sembra temere l’altro, si sta per lo più zitti, quasi per non entrare in contatto con gli altri, la mascherina ha creato più barriere che la differenza linguistica. Gli aeroporti come Roma Fiumicino sono cattedrali semi deserte, interi corridoi vuoti, vetrine spente sedie in attesa di essere occupate.

Il COVID si è portato via le persone e con esse la rumorosa vitalità di un luogo che sembra non avere più natura d’essere.

Nessun sacrificio ulteriore può esserci chiesto, ci siamo messi mascherina e guanti e visiere, unitamente alla divisa, non ci siamo tirati indietro. 

Ecco come stiamo vivendo ora, con la sindrome dello “scampato” di quello che per questo giro non è ancora andato a fondo. La domanda che ci poniamo è quando toccherà a noi.

Ho scritto che l’11 settembre 2001 mise a nudo le fragilità del comparto aereo, destrutturando il mondo dell’aviazione civile, il Covid ha completato l’opera, dimostrando che tutto quello fatto dal 2001 a oggi, non solo non è servito, ma è stato completamente sbagliato.

Abbiamo tagliato e reciso, e abbiamo dimenticato di innestare e creare. 

Naturalmente paga l’anello più debole, ancora... sempre.

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