Liriche milanesi d'un tempo che fu

statua milano pixabayNel mio curiosare tra libri e libretti ho trovato alcune liriche che il popolo della vecchia Milano d'un tempo andava recitando o cantando, e che voglio farvi conoscere. Per lirica, in questo caso, si deve intendere quella parte della Poesia con ritmo breve, vivace, canzonatorio atto ad eccitare lo spirito: per esempio la poesia anacreontica, ossia poesiola o canzonetta d'intonazione frivola e leggiadra, così come lo è il ditirambo.

Dopo questa precisazione eccovi la prima.

Cicca Berlicca

la forca t'impicca

leun, sperun, cul rest...

induvina che l'è quest.

 

Queste parole si riferiscono al figlio di un signorotto che fu impiccato alla Vetra, zona Colonne di San Lorenzo, siamo nel 1350, poiché si diceva che aveva fatto un patto col diavolo. Il nome Berlicca gli era stato affibbiato in quanto in milanese diavolo si può anche dire "barlicch". La sua storia magari ve la racconterò un'altra volta.

Sentite invece quest'altra scritta nientemeno che da Giuseppe Parini, poeta e abate italiano nato in quel di Bosisio e morto in Milano. Ebbe una divergenza col Manzoni sull'innocenza o colpevolezza di Gian Giacomo Mora, cittadino milanese vittima delle accuse degli untori e ucciso tramite tortura. Il Parini scrisse, ritenendolo colpevole, così:

 

... tra vili case in mezzo a poche

rovine i' vidi ignobil piazza aprirsi.

Quivi romita una colonna sorge

infra l'erbe infeconde, e i sassi, e ' l lezzo,

ov uomo mai non penetra, perocch'indi

genio propizio all'Insubre Cittade

ognun rimove, alto gridando: lungi,

o buoni cittadin', lungi, che il suolo

miserabile infame non v'infetti.

 

La colonna cui si accenna nella poesia, è la famosa " colonna infame" eretta nel 1630 e poi fatta abbattere 148 anni dopo dal Beccaria e dal Verri.

 

Don, don

Cecch Maron,

ciocca de festa,

pan in canesta,

vin in vassel,

ciappa che l'è bell.

 

Precisato che il termine dialettale meneghino "vassel" significa botte, la filastrocca allude a un tale di nome Cecco che aveva come amante tale Celestina della Vetra, il quale improvvisamente diventò molto ricco, per cui pensò bene di darsi alla bella vita. Fu la sua rovina, infatti, si ridusse presto sul lastrico, e il popolino, che non perdeva occasione per sfottere gli ha dedicato quanto sopra.

L'imperatore Gugliemo I Re di Prussia,  fu ospite nella nostra città, siamo nel 1875, e i milanesi, sull'aria di una sonata di Bach, gli dedicarono questa canzonetta mentre visitava la costruenda Galleria.

 

il forestiero inglese

entra con grave incesso;

vedendo tanto gesso

di gesso anch'ei si fa...

 

Un'altra strofetta divertente è stata ispirata nel vedere il cavalier Capretti, che dirigeva il caffè ristorante Biffi, spiccare il volo dal vertice della cupola della Galleria Vittorio Emanuele. Recita così:

 

Gran rumore ed allegria

mi condusse in Galleria,

guardo in alto cosa c'è:

quel del pane da caffè!

 

 

Felice Carlo Emanuele Cavallotti, poeta, politico, giornalista, drammaturgo e patriota italiano nato a Milano, scrisse al tavolino del bar Campari in Galleria questi versi, prima di affrontare in duello il conte Ferruccio Macola, giornalista e politico italiano.

E più s'abbuia il cielo

più chiaro ti discerno

bel sogno del passato

marciante all'avvenir,

che il cuor dà il suo sembiante

all'ideale eterno

per cui m'è oscuro il fato

combattere o morir.

Il duello finì tragicamente per il Cavallotti che, colpito alla gola, spirò.

E dopo queste dilettevoli liriche, mi congedo con questa burla:

 

Se piaciuto sono stato

si, mi sento assai onorato,

se invece non vi piace

mi zittisco a cerco pace.

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