Perché l'arte contemporanea ci sembra brutta: da Ca' Brutta a Duchamp
«L’è propri una ca’ brütta!» Milano, estate 1922: caduti i ponteggi di un palazzo appena terminato tra via Moscova e via Turati, i passanti lo battezzano così. Il nome resta. Gli Ordini degli Ingegneri e degli Architetti, riuniti in assemblea, ne chiedono addirittura l’abbattimento.
Un secolo dopo quello stesso edificio è considerato il manifesto dell’architettura del Novecento italiano, viene studiato nelle università, fotografato da Gabriele Basilico e restaurato con cura filologica.
La storia della Ca’ Brutta racconta qualcosa che vale ben oltre Milano: il giudizio di bruttezza è quasi sempre un giudizio sulla novità, e col tempo si rovescia con regolarità sorprendente. Vale la pena capire come funziona, prima di liquidare come “brutto” ciò che semplicemente non abbiamo ancora imparato a guardare.

Il caso Ca’ Brutta
Nel 1919, sulle rovine di Villa Borghi e del suo giardino — nel quadrilatero tra via Turati, Moscova, Appiani e Mangili, dove i frati del vicino convento di Sant’Angelo avevano i loro orti — comincia il cantiere di un grande complesso residenziale.
Il progetto porta la firma di un architetto di ventisei anni, Giovanni Muzio, che lavora come capo progetto nello studio di Pier Fausto Barelli e Vittorino Colonnese. I lavori si concludono tra il 1921 e il 1922.
La reazione è durissima. L’uso disinvolto e quasi stravagante degli elementi del linguaggio classico, le facciate a fasce di travertino, intonaco e marmi, le finestre disposte senza simmetria: tutto contribuisce a un effetto che i milanesi trovano incomprensibile. Il soprannome nasce in strada e diventa il nome ufficiale dell’edificio.
Che cosa non avevano capito
Muzio stava facendo in architettura ciò che i pittori metafisici — Carrà, Sironi, de Chirico — facevano sulla tela: prendere gli elementi della tradizione e disporli in modo straniante, per disorientare l’occhio.
Non solo. La Ca’ Brutta anticipava caratteri tipologici che sarebbero diventati lo standard del condominio moderno:
- ascensori, riscaldamento centralizzato e acqua calda;
- appartamenti organizzati per funzioni;
- densità abitativa elevata ed equivalenza dei fronti;
- e soprattutto uno dei primi garage interrati di Milano, ricavato sfruttando gli scavi delle fondamenta.
Nel 1919 le automobili private erano ancora rare e la città si muoveva in buona parte al traino dei cavalli. Progettare posti auto sotto un edificio residenziale non era un vezzo: era una previsione.
Oggi la Ca’ Brutta compare negli itinerari di architettura milanese accanto al grattacielo Pirelli, alla Montecatini di Gio Ponti, alla Torre Velasca dei BBPR e alla Casa Rustici di Terragni. Il restauro concluso nel 2015 ne ha restituito le cromie originali.
Una costante storica
Il caso milanese non è un’eccezione. È la regola.
Nel 1863 la giuria del Salon di Parigi respinge centinaia di opere. Napoleone III, per calmare le proteste, istituisce il Salon des Refusés, l’esposizione dei rifiutati. Lì Édouard Manet espone Le déjeuner sur l’herbe e lo scandalo è totale: pubblico e critica stroncano il quadro, considerato indecente e mal dipinto.
Da quel rifiuto nasce, per convenzione, l’Impressionismo — cioè il movimento che oggi riempie i musei e le mostre più visitate del mondo. Anche il nome “impressionisti” fu, in origine, un insulto di un critico.
Lo schema si ripete con una regolarità quasi meccanica:
- un’opera viola una convenzione condivisa;
- il pubblico reagisce con il giudizio più immediato disponibile, cioè “è brutta”;
- col tempo la convenzione si sposta;
- l’opera diventa canone, e il giudizio iniziale sembra incomprensibile.
Questo non significa che ogni opera derisa sia destinata alla gloria: la maggior parte delle provocazioni resta tale. Significa che il fastidio iniziale, da solo, non è un criterio di giudizio affidabile.
1917: quando l’arte smette di essere visiva
Il vero spartiacque dell’arte del Novecento ha una data e un oggetto: 1917, un orinatoio rovesciato firmato R. Mutt, intitolato Fontana, presentato da Marcel Duchamp.
Vale la pena ricordare che l’opera non fu esposta: il comitato della mostra la rifiutò. Il gesto entrò nella storia proprio grazie a quel rifiuto e alle fotografie che ne restarono.

Con Duchamp nasce l’arte concettuale: il valore di un’opera non sta più in ciò che si vede, ma nell’idea che la sostiene e nel contesto che la definisce arte. L’approccio visivo passa in secondo piano.
È un passaggio che genera un equivoco duraturo. Chi si avvicina a un’opera contemporanea cercando le stesse soddisfazioni che dà un dipinto rinascimentale — armonia, tecnica, bellezza — spesso non le trova, e conclude che l’opera sia mal fatta. In realtà sta usando lo strumento sbagliato: è come giudicare un saggio in base alla metrica.
Resta legittimo domandarsi se questo spostamento sia stato un guadagno o una perdita. La distanza tra arte ed estetica, dopo Duchamp, si è indubbiamente allargata, e con essa il rapporto immediato tra spettatore e opera.
La catena delle provocazioni
Una provocazione, per definizione, chiama una risposta. Dopo Duchamp la storia dell’arte del Novecento è anche una catena di rilanci.
- Piero Manzoni, milanese, nel 1961 realizza Merda d’artista: novanta scatolette che portano alle estreme conseguenze la logica duchampiana, per cui è l’autore a fare l’opera. Oggi le scatolette sono nelle collezioni dei principali musei del mondo.
- Paul McCarthy realizza Complex Pile, un enorme escremento gonfiabile, e in travertino ne produce una versione monumentale.
- Andres Serrano costruisce intere serie fotografiche su materiali organici e fluidi corporei, tra le più discusse della fotografia contemporanea.
- Wim Delvoye espone Cloaca, una macchina che riproduce il processo digestivo umano, accolta come idea concettualmente rigorosa.

«O ci ridi sopra, o ci perdi il fegato», ha commentato Angelo Crespi, critico d’arte, fondatore del museo MA*GA di Gallarate e dal 2023 direttore della Pinacoteca di Brera. È una battuta che dice bene l’ambivalenza con cui anche gli addetti ai lavori guardano certi esiti: nessuno è obbligato ad amarli, e l’ironia è una forma legittima di critica.
Arte e mercato: il nodo vero
«Fare soldi è un’arte», scriveva Andy Warhol nel 1975 nella Filosofia di Andy Warhol. Era, in bocca sua, tanto una constatazione quanto un programma.
Che arte e denaro siano legati non è una novità del contemporaneo: lo erano ai tempi delle committenze papali e delle corti rinascimentali, quando il prezzo di un’opera dipendeva dal committente, dai pigmenti impiegati e dal prestigio dell’autore.
Quello che è cambiato è la natura finanziaria del rapporto. L’arte è oggi una classe di attività al pari di azioni, obbligazioni, materie prime e immobili, con fondi d’investimento dedicati, aste che fanno da borsa valori e quotazioni guidate dalle forze del mercato più che dalle valutazioni critiche.
È un fenomeno reale e documentato, e chi lo denuncia ha buone ragioni. Vale però una distinzione che spesso si perde:
- il mercato dell’arte contemporanea ha meccanismi speculativi evidenti, che riguardano poche decine di nomi e cifre stratosferiche;
- l’arte contemporanea è una pratica culturale enormemente più ampia, fatta in gran parte di artisti che non entrano in quel circuito.
Confondere i due piani porta a una conclusione comoda ma poco solida: che tutto sia un bluff. È come giudicare la letteratura a partire dalle classifiche dei bestseller.
Come guardare un’opera che non capiamo
Qualche strumento pratico, utile davanti a un’opera che al primo sguardo respinge.
- Chiediti di che anno è. Un’opera del 1917 e una del 2020 rispondono a problemi diversi.
- Leggi la didascalia prima di giudicare. Nell’arte concettuale il titolo è spesso parte dell’opera.
- Cerca la convenzione che viola. Quasi ogni opera che disturba sta rompendo una regola precisa: individuarla è metà del lavoro.
- Distingui l’opera dal prezzo. Sono due discorsi separati, e il secondo dice poco sul primo.
- Concediti il fastidio. Molta arte contemporanea vuole disturbare: provare disagio non significa aver frainteso.
- Ma non confondere il disagio con il giudizio. «Non mi piace» è legittimo e personale. «Non è arte» è un’affermazione molto più impegnativa.
Il vantaggio di questo approccio è che non obbliga ad amare nulla. Permette solo di capire che cosa si ha davanti prima di decidere.
Dove vederla a Milano
Milano è una delle città italiane in cui è più facile mettere alla prova il proprio sguardo.
- il Museo del Novecento, dove il percorso arriva fino alle ricerche degli anni Sessanta;
- il PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea, dedicato alla ricerca più recente;
- Pirelli HangarBicocca, a ingresso gratuito, con le installazioni permanenti dei Sette Palazzi Celesti di Anselm Kiefer;
- la Ca’ Brutta stessa, in via della Moscova all’angolo con via Turati: si guarda dalla strada, e vale la sosta al semaforo.
Su Piero Manzoni e il suo gioco con i confini dell’arte, vedi l’approfondimento Piero Manzoni: quando l’arte diventa un gioco.
Domande frequenti
Perché la Ca’ Brutta si chiama così?
Il soprannome nacque tra i milanesi nell’estate del 1922, quando furono rimosse le impalcature: l’uso stravagante degli elementi classici e la disposizione asimmetrica delle finestre suscitarono forti critiche. Gli Ordini degli Ingegneri e degli Architetti arrivarono a chiederne l’abbattimento.
Chi ha progettato la Ca’ Brutta?
Giovanni Muzio, che all’epoca aveva ventisei anni e lavorava come capo progetto nello studio di Pier Fausto Barelli e Vittorino Colonnese. È considerata la sua opera prima e il manifesto della corrente architettonica del Novecento.
Che cos’è l’arte concettuale?
È la corrente per cui il valore di un’opera risiede nell’idea e nel contesto più che nella sua realizzazione visiva. Viene fatta convenzionalmente risalire al 1917, con la Fontana di Marcel Duchamp.
La Fontana di Duchamp fu davvero esposta nel 1917?
No. L’orinatoio firmato R. Mutt fu rifiutato dal comitato della mostra e non venne esposto. È entrato nella storia dell’arte proprio grazie al rifiuto e alle fotografie che ne documentarono l’esistenza.
Perché tante opere contemporanee sembrano brutte?
Perché vengono spesso giudicate con criteri pensati per l’arte figurativa tradizionale, come armonia e perizia tecnica, mentre l’arte concettuale chiede di essere letta a partire dall’idea e dal contesto. Il giudizio di bruttezza, storicamente, accompagna quasi sempre le opere che rompono una convenzione.
Anche gli impressionisti furono rifiutati?
Sì. Nel 1863 il Salon di Parigi respinse centinaia di opere e Napoleone III istituì il Salon des Refusés. Lì Manet espose Le déjeuner sur l’herbe, stroncato da pubblico e critica. Da quel rifiuto si fa convenzionalmente iniziare l’Impressionismo.
Il valore delle opere contemporanee dipende solo dal mercato?
Il mercato dell’arte contemporanea ha meccanismi speculativi documentati, ma riguardano una minoranza di artisti e di opere. Confondere le dinamiche del mercato con l’intera produzione artistica contemporanea porta a conclusioni fuorvianti.
Dove vedere arte contemporanea a Milano?
Tra le sedi principali ci sono il Museo del Novecento, il PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea e Pirelli HangarBicocca, quest’ultimo a ingresso gratuito con le installazioni permanenti di Anselm Kiefer.
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