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Ci vuole un Fiore. Storie di alberi, di uomini e di vita

Si parla costantemente di come il clima stia cambiando e si continua a dire che siamo al collasso ambientale. La tragedia che ha colpito alcune nostre regioni dovrebbero far pensare a tutti che qualcosa non va più. Bisogna ritornare ad un ritmo naturale del vivere e del produrre umano.albero pexels pixabay 53435

La letteratura ha il compito di raccontare come noi piccolissimi umani ci connettiamo con il nostro ambiente, come interpretiamo i segni e soprattutto come vi reagiamo emotivamente coi sogni, nel passaggio tra la nascita e la morte.

In questo passaggio fragilissimo i protagonisti del nuovo romanzo “Il sussurro del mondo “di Richard Powers ci porta a suddividere già nell’ indice “Radici, Tronco, Chioma, Semi” per capire come va il mondo attuale definito Antropocene.

Gli alberi in particolare sono stati per millenni ricettacoli di un culto proprio, culto principe spesso nei riti pagani e ariani come dimostravano già i capitoli IX e X del Ramo d’oro di Frazer, nella sua rassegna di spiriti arborei, alberi protettori e ricettacoli di anime, tradizioni druidiche.

Ma c’era già stato l’Albero del Tule messicano immortalato da Calvino in “Collezione di sabbia” e ancora prima Dino Buzzati nel “Il segreto del Bosco Vecchio” e Rigoni Stern nel meraviglioso “arboreto selvatico” che tracciava una dolente consonanza tra uomini e venti alberi, nei loro destini spesso mortiferi.

Primo Levi dei racconti naturali, che scrisse proprio degli alberi una nota suggestiva: “Chi dice che la morte è inscritta nella vita non ha pensato a loro: a ogni primavera ritornano giovani. Bisogna che io ci pensi su con calma: non potrebbero esser loro il miglior modello? Pensate, mentre scrivo, ho qui davanti a me una quercia, 30 tonnellate di buon legno compatto; ebbene, sta in piedi e cresce da 300 anni, non deve nascondersi né fuggire, nessuno la divora e non ha mai divorato nessuno”.

Come spiegare ai giovani e, forse ai meno giovani l’importanza degli uomini e del clima? Una vecchia canzone conosciuta ci insegna, giocando, la vera natura del mondo.

Nel 1974 Gianni Rodari, infatti, scrive i testi per “Ci vuole un fiore” di Sergio Endrigo e Luis Bacalov (Ricordi 1974). conosciuta da grandi e piccoli, è forse la prima canzone ecologista mai scritta e quanto mai attuale.

“Le cose d'ogni giorno

Raccontano segreti

A chi le sa guardare

Ed ascoltare

Per fare un tavolo ci vuole il legno

Per fare il legno ci vuole l'albero

Per fare l'albero ci vuole il seme

Per fare il seme ci vuole il frutto

Per fare il frutto ci vuole il fiore

Ci vuole un fiore, ci vuole un fiore

Per fare un tavolo ci vuole un fiore

Per fare un tavolo ci vuole il legno

Per fare il legno ci vuole l'albero

Per fare l'albero ci vuole il seme

Per fare il seme ci vuole il frutto

Per fare il frutto ci vuole il fiore

Ci vuole un fiore, ci vuole un fiore

Per fare un tavolo ci vuole un fiore

Per fare un fiore ci vuole un ramo

Per fare il ramo ci vuole l'albero

Per fare l'albero ci vuole il bosco

Per fare il bosco ci vuole il monte

Per fare il monte ci vuol la terra

Per far la terra ci vuole un fiore

Per fare tutto ci vuole un fiore

Per fare un fiore ci vuole un ramo

Per fare il ramo ci vuole l'albero

Per fare l'albero ci vuole il bosco

Per fare il bosco ci vuole il monte

Per fare il monte ci vuol la terra

Per far la terra ci vuole un fiore

Per fare tutto ci vuole un fiore

Per fare un tavolo ci vuole il legno

Per fare il legno ci vuole l'albero

Per fare l'albero ci vuole il seme

Per fare il seme ci vuole il frutto

Per fare il frutto ci vuole il fiore

Ci vuole un fiore, ci vuole un fiore

Per fare tutto ci vuole un fiore

Per fare il frutto ci vuole un fiore

Per fare tutto ci vuole un fiore

Per fare tutto ci vuole un fiore

Per fare tutto ci vuole un fiore

Per fare tutto ci vuole un fiore”

COS’E UN ALBERO?

“Un albero è una lenta esplosione di un seme…” diceva il grande architetto Bruno Munari, spiegando poi che “quando disegni un albero ricorda sempre che ogni ramo è più sottile di quello che viene prima. Nota anche che il tronco si divide in due rami e che questi si dividono ancora in due, e così ancora ed ancora fino a quando tu hai un intero albero sia esso diritto o curvo in alto o in basso o inclinato per via del vento.”

Passeggiando tra i boschi, nel silenzio della natura, mi vengono spesso in mente le parole del mio caro amico Mauro Corona. “Gli alberi possiedono un carattere preciso che comunicano con diverse reazioni nei confronti di chi li tocca».

Nel suo bellissimo libro “storie di alberi” parla di alberi e di uomini: a volte bene, altre male. E così, grazie agli alberi, il cattivo, senza quasi rendersi conto, proverà simpatia per il sambuco, il buono per il larice, il sempliciotto per il faggio, l’elegante per la betulla, il cocciuto per il carpino e via dicendo.

“Osservando e ascoltando con attenzione il creato è possibile udire la sua voce.” – ripete spesso Mauro. «Tutto, in natura, ha un proprio carattere, una personalità, un linguaggio, un destino».

Proprio nel libro “le voci del bosco” Mauro scrive così:

“Guardava il fusto e mi diceva: «Vedi, questo sembrerebbe diritto» e io, bambino, lo vedevo diritto. Poi lui mi aiutava a osservare meglio e a notare che più in alto, verso la cima, il larice si avvitava a spirale. «Sai perché?» seguitava, «perché da piccolo è stato maltrattato. Il vento lo ha contorto quando era ancora un virgulto e le sue fibre, dalla base alla punta, non sono più diritte, quindi non possiamo tagliarlo: per fare le barìl servono doghe diritte”. Il larice in quel momento gli stava parlando: «Non tagliarmi vecchio, perché io sono stato rovinato da giovane e ora non posso più servire al tuo lavoro. Lasciami vivere! Se mi tagli, sarò solo buono per il fuoco».

Così sono venuto a conoscenza del linguaggio degli alberi, stagione dopo stagione, anno dopo anno, camminando dietro al vecchio e guardando prima con i suoi occhi e poi, un po’ alla volta, con i miei. È stato tutto naturale. Il passaggio tra larici, aceri, maggiociondoli, carpini e molti altri legni ha accompagnato la mia infanzia”.

E prosegue. “Neve, pioggia e vento mettono a dura prova il carattere degli alberi. La neve schianta i rami e le cime ai duri, a coloro che non vogliono piegarsi. La pioggia, se rada e petulante, sfida la pazienza dei più miti, se battente e violenta intimorisce i pavidi. Il vento, se arriva improvviso e obliquo, sconvolge la quiete del bosco e porta lo scompiglio tra le piante. In quel frangente la betulla la noti subito perché, nonostante le raffiche violente, non si muove a scatti repentini ma si piega dolcemente e mai tracciando angoli acuti”.

COME FARE UN ALBERO?

Cosa significa in psicologia disegnare un albero? L'albero disegnato diventa la proiezione del bambino o della persona che lo disegna. Si sviluppa verso l'alto, la parte inferiore dell'albero simbolizza l'origine della vita, l'elemento inconscio. La parte superiore rappresenta, invece, l'espressione dell'Io verso il mondo esterno, verso il futuro.

Il grande Bruno Munari ha ideato una regola per fare un albero.

“Prima facciamo un taglio a metà della larghezza in alto e tagliamo fino a 50 centimetri dalla base. Abbiamo così due tronconi ed un albero. Poi tagliamo ognuno dei due tronconi a metà fino a venti centimetri dalla fine del primo taglio. Poi…continuiamo a tagliare i rami fino dove si può: avremo alla fine dei fili di carta di un centimetro.” (dal libro di Bruno Munari Disegnare un albero – Edizioni Corraini.)

Prima di andare consentitemi qualche semplice riflessione.

Le culture antiche hanno sempre riconosciuto in negli alberi una simbologia che permette di connettersi anche con gli archetipi e le energie spirituali e che col tempo si è evoluta e che ha preso diverse forme fino ad arrivare a noi oggi.

Fin da quando l’essere umano ha iniziato a lasciare traccia del suo passaggio sulla Terra, l’Albero è stato presente nei miti, nelle leggende e nei reperti archeologici. È stato chiamato in vari modi: l’Albero della Vita, l’Albero della Conoscenza, l’Albero del Paradiso, l’Albero dell’Universo.

In tempi più recenti, anche il grande psicologo Carl Gustav Jung ha potuto riscontrare come l’Albero in forma simbolica apparisse ai suoi pazienti nei momenti di crisi “come immagine di sostegno nel processo di integrazione e di crescita”.

Prima di lasciarvi una semplice domanda che apre a Voi che leggete una riflessione: Se tu dovessi essere un albero, come ti disegneresti?

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