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Dalla Puglia alla Lombardia per lavoro, affrontando il covid nel mio reparto

Un lontano sabato alcune persone presero il treno per scappare dalla Lombardia, che sarebbe diventata nell'arco di poche ore “zona Rossa”.

Accanto ai lavoratori del Sud che continuarono a rimanere in Terra Lombarda, ce ne furono altri che stavano iniziando la battaglia contro il covdi-19.

Lontana dai suoi affetti lasciati in Puglia, l’infermiera “Mariangela” di Ostuni affrontava nella sua “normalità” la convivenza quotidiana con il CoronaVirus, senza mai perdere il suo sorriso.

Mariangela, parlaci un po’ di te, come è nata la scelta di trasferirti a Como, lasciando la bella città bianca?

Mi sembra un percorso comune a molti, quello di lasciare la propria terra d'origine in luogo di un posto di lavoro. Nel mio caso, la splendida città bianca con tutti i miei affetti più cari.

Mi sono, infatti, laureata a Siena in infermieristica per poi trovare lavoro all'ospedale Valduce di Como. Non nascondo che il lago compensa la distanza dal mio mare.

Di cosa ti occupi presso l’ospedale di Como?maria infermi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Da sei anni sono infermiera nel reparto di neurologia e gastroenterologia al piano 1° B.

Quando è scattata l’emergenza Coronavirus, come vi siete organizzati in ospedale? Quali sono le difficoltà che avete incontrato?

gli angeli copy

Il 9 marzo ci siamo trovati a fronteggiare questa emergenza trasformando ed adattando il reparto a Covid-19; ci siamo organizzati anzitutto diversificando nel reparto una zona pulita da una contaminata (quella contenente le stanze dei degenti Covid); la separazione è anche visiva a mezzo di una demarcazione rossa sul pavimento.

Un'altra azione è stata relativa al raddoppio del numero di infermieri dedicati per numero di pazienti presenti e previsti, di modo da gestire al meglio la situazione. Con il ridimensionamento di altri reparti, si è creata disponibilità di personale sanitario per il 1° B. Siamo sempre stati dotati di tutti i dispositivi DPI necessari.

Sicuramente quella di riorganizzare un reparto intero con la necessità di fronteggiare pazienti da pneumologia e infettivologia, ben diversi dai nostri pazienti standard; in aggiunta, la difficoltà di lavorare in sicurezza con tutta una serie di precauzioni ed atteggiamenti da adottare (indossare mascherine, caschi, tuta, calzari, tenerli per tutto il turno senza mai bere, ecc.).

Ci racconti qualche episodio che ti ha colpito “particolarmente” al lavoro?

La cosa che più mi ha colpito è la rapidità che può avere il virus Covid-19 nel provocare al paziente una intensa crisi respiratoria; questo aspetto si è verificato più volte con i pazienti provenienti da area Bergamo, anche giovani di età.

Ho anche davanti a me l'immagine di un paziente venuto a mancare, per il quale sono scattati una serie di protocolli nella gestione della salma (l'inserimento in un sacco sigillato, ...), umanamente fa molto effetto la mancanza di contatti dignitosi, come di approcci, dall'avvicinamento dei parenti, alla sepoltura, ecc.

Come affronti assieme a i tuoi colleghi la paura del contagio?

La vivo giorno per giorno con coraggio e professionalità, ma mantenendo sempre la giusta dose di serenità e di distacco. Con i colleghi facciamo sempre squadra su ogni turno, in sinergia ed assecondando le eventuali necessità di ciascuno.

 andra tutto bene

A volte anche sdrammatizzando fra di noi e immaginando che presto finirà tutto, rivedendo la luce in fondo al tunnel.

Che rapporto hai con i pazienti?

Innanzitutto i pazienti si sentono smarriti ed impauriti, glielo leggiamo nei loro occhi. Questa è una reazione comune indipendente dall'età del paziente.

È sufficiente una parola di conforto e la nostra presenza per mostrare una vicinanza ed un calore umano.

Aggiungo che ci siamo adoperati per organizzare video chiamate tra pazienti e parenti, in maniera sistematica e senza intralciare le attività quotidiane del reparto, in modo da farli sentire meno soli-

Quando torni a casa dopo un turno di lavoro, cosa pensi per l’indomani?

All'inizio pensavo di stare letteralmente in guerra con davanti un nemico subdolo e invisibile; durante la prima settimana di emergenza dormivo poco e male.

Poi pian piano è subentrata la consapevolezza ed un senso di adattamento a protocolli, a nuove abitudini, ecc; oggi la situazione è in netto miglioramento, ma sempre viva e attuale.

Ancora dopo due mesi di emergenza, ripeto a me stessa che ogni giorno è il primo giorno per non abbassare mai la guardia.

Al termine dell’emergenza, cosa ti avrà insegnato questa esperienza?

Più che una serie di insegnamenti, una serie di conferme: che la vita è preziosa, che ogni persona ha valore assoluto davanti alle altre e sotto al cielo, che l'uomo che perde di umanità cessa di essere vero uomo; che basta un virus invisibile globale per mettere a terra una società basata su falsi ideali e principi.

Spero di tornare a salutare i miei cari quanto prima.

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Ringraziamo Mariangela -  che si firma come “semplice infermiera Covid-19” - per il suo racconto, che ci ha trasmesso un messaggio positivo, e che nonostante quello che ha vissuto, lontani dai suoi affetti, conserva una vitalità straordinaria.

 

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