Parole, figure, profumi che fanno ricordare

Lunedì dell’Angelo, mentre stavo camminando su un sentiero attraverso la pineta, mi è giunto alle narici un buon profumo di resina, e questo mi ha subito fatto rivivere un breve attimo di quando, undicenne, osservavo lo zio Carlo che tagliava, faceva il falegname, un tronco di pino, e il profumo della resina si espandeva attorno.passato

Allora mi sono detto, perché non ricercare quelle parole che riportano indietro nel tempo? E così, detto fatto. In ordine alfabetico ne elenco alcune e chissà che anche alcuni lettori non possano vivere un attimo del loro passato.

Acquasantiera, in milanese acquasantin. L’oggetto mi riporta alla camera dei miei nonni i quali avevano, a capo del loro letto, una piccola acquasantiera con l’acqua benedetta che prendevano alla funzione del Sabato Santo e, vicino, era tenuto, da una piccola cordicella, un rametto di olivo benedetto ricevuto dal parroco la mattina della Domenica delle Palme. È un’usanza che oggi è ormai sparita quasi del tutto, almeno nelle nostre case.

Aia. In milanese èra. Non posso non ricordare questo spazio all’interno delle cascine, poiché a Niguarda, quando ancora cerano le cascine e i prati, ricordo che andavo a giocare da un compagno di scuola che abitava proprio in una cascina posta sulla via Passerini, e che si chiamava, se non ricordo male, Curt di Matt. I profumi e gli odori che si sentivano all’interno erano diversi, dal buon profumo del fieno, all’odore meno buono del letame; poi vi erano, uniti al vociare di noi ragazzini, i diversi versi degli animali, le galline, l’asinello, le vacche, insomma, un modo di vivere completamente diverso.

Aquilone. In milanese comètta. Sono sicuro che molti abbiano giocato con un aquilone, con quelli più belli perché acquistati, oppure costruito il meglio possibile con stecche di legno resistenti e flessibili, della carta colorata, un po’ di colla e una lunga cordicella che si legava al polso. I primi tentativi erano abbastanza deludenti poi, una volta capita l’antifona, allora vederlo innalzarsi e volare nel cielo era davvero divertente. Un gioco semplice che vale la pena farlo anche ai nostri giorni e dirsi: “ che bèl vedè el me comètta volà alt in dèl cièl”.

Bucato, in milanese, bugàda. Quand’ero un ragazzino e, dopo tornato dalla colonia estiva, andavo a trascorrere un po’ di tempo da una zia in montagna, mi ricordo che alla fontana del paese si trovavano le donne a lavare i panni e a tenere la lingua in esercizio. Oggi c’è la lavatrice, ma allora fare bugàda era faticoso e ci voleva tempo. Anche qui la differenza era data dal ceto sociale, per i ricchi ci pensavano le governanti, la povera gente doveva arrangiarsi. Si usava il ranno prodotto con la cenere e l’acqua bollente, che si versava poi in un mastello. In milanese il ranno era detto lessìva o smoeùi, mentre il seggiòn era il mastello. Lungo il Naviglio, ancora si possono vedere, vi erano predisposti dei lavatoi, dove le donne si recavano a lavare i panni.

Pensando ai suoni, mi viene in mente il timbro natalizio della Cornamusa, pìva nel nostro dialetto meneghino. Quando le feste natalizie si approssimavano ecco arrivare un gruppo di suonatori di piva che, nei cortili e per le vie della nostra Milano, facevano risuonare arie natalizie. Se poi scendeva anche la neve, l’atmosfera ti entrava nell’anima.

Fiaba. La faloppa o la patanflana in milanese. Quante fiabe e storie che la mia mamma mi raccontava, soprattutto nelle sere invernali vicino al calore della piccola stufa o in estate all’ora della merenda. Sono sicuro che alcune le inventasse al momento, parlavano de bosch, de animai, de strie, de nàn con la barba, ossia, di boschi, di animali, di streghe, di gnomi. Qualcuna mi è rimasta ancora nella memoria e, ripensandola, mi prende un po’ di tristezza.

Fienile. Se si dice in milanese, è Fenil. Il profumo del fieno che si spandeva nell’aria era, e lo è ancora, gradevolissimo. Chi ha avuto la fortuna, di poter godere di tale profumo e di giocare sul fieno, che poteva divenire alcova per incontri da morosi, non se lo scorda più. Una volta, in tempi di miseria, il fienile diveniva ricovero per i pellegrini, girovaghi, vagabondi, tanto che era chiamato anche Locanda de’l fèn o albergo dell’erba passa.

Gerla. Citare il fienile senza nominare la gerla o gerlo, è impossibile, poiché proprio su questa si caricava il fieno da portare al fienile. Avendo trascorso tempo della fanciullezza in montagna, vedere gente che si caricava sulle spalle la gerla era all’ordine del giorno, tanto che anche i più piccoli potevano aiutare portando un gerlo adatto alla loro età.

Latte. El làtt. Chi ha trascorso del tempo tra montanari o contadini nelle campagne del milanese, non può scordare questo bianco alimento. Appena munto, appena appena tiepido, vi garantisco che è buonissimo, sia quello di mucca sia quello di capra. Poi assistere alla sua lavorazione, vedere questo grande paiolo di rame, el caldàr de ràmm messo sul fuoco e pieno del bianco nettare, con mani esperte che sapevano trarre deliziosi prodotti, la caggiàda, el buttèr, el mascarpòn, el formaj, era una scuola di vita. Ricordo anche altri strumenti, quali ad esempio la Zangola, nel nostro dialetto meneghino borliroeù o penàggia, che serviva per ottenere il burro, che poi era modellato in panetti e messo in appositi stampi di legno, dove ogni famiglia aveva scolpito un proprio simbolo che rimaneva impresso sul pane di burro. A merenda: pane, burro e zucchero per tutti!

Maggio. Il mese di maggio si sa, è il mese delle rose ma soprattutto il mese dedicato alla Madonna e al Rosario, alla Madòna e al Rosàri. Nella chiesa di San Martino, a Niguarda, era prassi che in questo mese venivano a predicare dei frati francescani, cui seguiva la recita del Santo Rosario, in latino. Ebbene, dal primo giorno del mese all’ultimo, tutte le sere con i miei genitori, chiunque mi cercava, sapeva dove trovarmi. Eppure questo ricordo è in me ancora vivissimo e presente.

Nascondino. Giugà a scòndes. Alzi una mano chi non ha mai giocato a questo gioco! Penso proprio che tutti ci abbiano provato. Quante ore trascorse giù in cortile con i compagni del caseggiato, e vi garantisco che allora si era davvero in tanti, a cercare nascondigli per nascondersi oppure “essere sotto” e doverli cercare. Appoggiarsi al muro, che diveniva la tana, la bùsa o la zàffa, e iniziare a contare per poi darsi alla cerca, evitando che tutti raggiungessero la tana prima di te, altrimenti dovevi rimetterti alla conta e ricominciare la ricerca. Non nascondo che anche le “litigate” erano all’ordine del giorno, ma queste facevano parte del gioco.

Orto. L’Ort. Oggi gli orti tornano di moda anche nella nostra Milano, e sono a dire: benissimo! Ricordo l’orto di mio nonno, che aveva sul lato destro dell’Ospedale Maggiore di Niguarda, che orto ragazzi! Ci sapeva davvero fare, e ora che ne possiedo uno anch’io, gli insegnamenti che mi dava mi sono tornati utili. Grazie papagrànd!

Pentolaccia, in milanese Pignattòn. Ricordate il gioco? Bisognava appendere a una corda ben tesa alcune pignatte di coccio, una contenente dei dolci, le altre acqua, segatura, sassolini o altro ancora, poi, con gli occhi bendati si veniva fatti girare più volte a mo’ di trottola, così da perdere un poco l’orientamento, e poi, armati di un bastone, bisognava riuscire a colpire la pignatta giusta per ottenere il premio. È impossibile non essere coinvolti e farsi quattro risate.

Tiro alla fune. Tir a la corda in meneghino. Parlando della pentolaccia mi è subito venuto alla mente quest’altro gioco, di forza e abilità, dove la fatica maggiore era quando le forze si equilibravano, lì, si mettevano in atto tutti gli stratagemmi possibili e immaginabili per non perdere. Giochi, questi, semplici, ma che garantivano un sano divertimento.

Da raccontare ce ne sarebbe ancora, ma lo spazio m’impone l’alt.

Spero di essere riuscito a suscitare anche in chi legge, piacevoli ricordi.

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