Ago, Filo e Nodo: la scultura di piazzale Cadorna a Milano

I milanesi la chiamano "la Guggia" — l'ago, in dialetto. La gigantesca scultura Ago, Filo e Nodo che cuce piazzale Cadorna è uno dei monumenti contemporanei più riconoscibili di Milano, e anche uno dei più discussi: amata, fotografata e criticata fin dall'inaugurazione, nel febbraio del 2000. Ecco la sua storia e i suoi (tanti) significati.
Il nuovo piazzale Cadorna di Gae Aulenti
Alla fine degli anni Novanta piazzale Cadorna era diventato uno dei nodi di scambio più trafficati di Milano: la stazione delle Ferrovie Nord, la fermata della metropolitana (M1 e M2) e, dal 1999, il Malpensa Express. Questa crescita rese necessario un grande restyling urbano, affidato nel 1997 dal Comune all'architetta Gae Aulenti: suo il riassetto della piazza, la nuova facciata della stazione e la riorganizzazione di strade e percorsi pedonali, che resero lo spazio più umano e fruibile.
Ma alla Aulenti le soluzioni urbanistiche non bastavano: per completare il progetto serviva un segno forte, una grande opera d'arte pubblica. L'ispirazione, raccontarono poi gli artisti, arrivò in un pomeriggio di pioggia, camminando per la piazza proprio insieme all'architetta.
Oldenburg e van Bruggen, i giganti della pop art
La commissione andò a una delle coppie più celebri dell'arte contemporanea: Claes Oldenburg (Stoccolma 1929 - New York 2022), maestro della pop art naturalizzato americano, e sua moglie Coosje van Bruggen (Groninga 1942 - Los Angeles 2009), storica dell'arte e artista. Dagli anni Settanta i due avevano riempito le città del mondo con i loro Large-Scale Projects: oggetti quotidiani — mollette, badminton, cucchiai, ciliegie — ingigantiti a scala monumentale, con ironia tutta pop. L'opera milanese è uno degli esempi più riusciti della loro poetica, e oggi, scomparsi entrambi, è anche parte della loro eredità sparsa per il mondo.

L'opera: un ago che cuce la piazza
La scultura è divisa in due parti che si ricongiungono idealmente nel sottosuolo: un gigantesco ago da cucito con il filo tricolore che si pianta nel terreno davanti alla stazione, e il nodo che riemerge dall'altra parte della piazza, al centro di una fontana. Come un punto di imbastitura: l'ago buca la piazza come fosse un tessuto e il filo riaffiora più in là, pronto a cucire ancora.
I numeri sono monumentali: 18 metri di altezza per quasi 86 metri di lunghezza complessiva, in acciaio e vetroresina. E nulla è lasciato al caso: la cruna dell'ago è rivolta verso il Castello Sforzesco, mentre il filo che si attorciglia in spire dà all'opera, nelle parole di Oldenburg, un profilo "attivo e in espansione nello spazio".
I significati: metrò, moda e biscione
L'idea di base è quella di un treno che entra in una galleria sotterranea: le due parti ricongiunte sottoterra alludono alla metropolitana, e il filo ha esattamente i colori delle prime tre linee — rosso, verde e giallo (M1, M2 e M3). La scultura è poi un omaggio alla moda, eccellenza milanese nel mondo, e alla laboriosità che da sempre contraddistingue la città: ago e filo come strumenti del fare, del cucire, del tenere insieme.
C'è infine un terzo livello, rivendicato dalla stessa Gae Aulenti: il filo annodato che si avvolge su se stesso è una parafrasi del biscione visconteo, lo stemma di Milano. Tre letture in un'opera sola: il monumento "celebrativo", come amava definirlo Oldenburg, di tutto ciò che fa funzionare la città.
Il monumento che divide i milanesi
Nonostante tutto, l'opera non è mai stata unanimemente amata. Anni dopo l'inaugurazione, la sindaca Letizia Moratti dichiarò che l'avrebbe vista meglio in un parco; l'architetto Italo Rota avrebbe voluto la scultura tre volte più alta; e il critico Philippe Daverio liquidò la questione con una battuta delle sue: "Milano è una catastrofe e poco cambia un filo in più o un filo in meno".
Eppure la Guggia ha vinto la sua battaglia: restaurata nel 2012 (sei mesi di lavori per ripulire acciaio e vetroresina anneriti dallo smog e ravvivare i colori), è ormai entrata nell'immaginario cittadino, fotografatissima da chi arriva a Cadorna e ai piedi della passeggiata che porta al Castello e al Parco Sempione. Come il "Dito" di Cattelan in piazza Affari o il Grande Toscano di Mitoraj a Brera, è la prova che a Milano l'arte contemporanea pubblica fa discutere — e proprio per questo vive.
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