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Codogno, come si vive nella zona rossa: il racconto di Bianca

Sono passate quasi due settimane dall'isolamento dei comuni del lodigiano, in particolare Codogno, in un susseguirsi di informazioni, cronache e aggiornamenti più veloci del virus.

Si racconta di un paese, di un territorio, chiuso dentro se stesso, dove tutto è controllato, sigillato e monitorato; sembra che anche la Lombardia si sia chiusa nella città lodigiana.

Ci sono persone che vogliono reagire, nonostante i grandi disagi che stanno vivendo.

Dalla zona “Rossa”, vogliamo sentire la voce di Bianca, che vive in questa città e quotidianamente prendeva il treno per Milano.

zona rossa

Bianca, come hai vissuto la notizia del primo contagiato di Codogno?

Era la mattina di venerdì 21 febbraio e, come tutte le mattine ero in stazione ad aspettare il treno che mi avrebbe portato al lavoro, quando una mia amica mi scrive dicendomi che Mattia, il paziente 1, aveva contratto il famigerato COVID-19, cd. Coronavirus.

La notizia apparve inizialmente poco credibile, considerando che del Coronavirus si sentiva parlare quotidianamente al telegiornale ma per un continente diverso e lontano dal nostro. Era difficilissimo da credere che in un batter d’occhio questo virus, che fino a quel momento conoscevamo così superficialmente, fosse arrivato non solo in Italia ma proprio nella nostra Codogno, un paese di soli 16 mila abitanti che fino a quel giorno pochi avevano sentito nominare.

Sono bastati pochi altri contatti telefonici per capire che la notizia purtroppo era vera.

La mattinata al lavoro è stata tutt'altro che tranquilla considerando il susseguirsi di notizie riguardanti i possibili contagiati che nell'ultimo periodo avevano avuto contatti stretti con lui. Il tutto fino a mezzogiorno circa quando, su indicazione del Presidente della Regione, tutti i cittadini di Codogno che lavoravano a Milano sono stati invitati a tornare a domicilio.

Trattati quasi come degli untori, ci siamo così ritrovati tutti sul treno che ci riportava a casa ancora increduli e ignari di ciò che sarebbe accaduto da quel momento. E’ stato solo l’inizio di un periodo surreale.

Come hai fatto con il lavoro? Hai potuto usufruire dello smart working? 

L’attivazione del mio profilo quale smart worker era stata richiesta a dicembre del 2019 ma, fino a venerdì 21 febbraio, non era stata ancora finalizzata.

Considerato l’intervenuto stato di emergenza ed il conseguente carattere di urgenza della richiesta, la mia responsabile è riuscita ad ottenerne l’attivazione lunedì 24 febbraio. Da quel momento però il problema è diventato l’impossibilità di consegnarmi la strumentazione tecnologica visto che nel frattempo Codogno e la cd. zona rossa erano ormai state “isolate” dal resto del mondo.

Pertanto fino alla data odierna non sono riuscita a lavorare e ciò ha causato, oltre al danno per l’azienda che si è improvvisamente ritrovata una risorsa in meno, anche un aggravio delle mie giornate, già tutt'altro che facili.

Come stai vivendo questa situazione nella città dove abiti? 

I primi giorni la situazione era molto pesante e difficile dato che nel giro di poche ore la città si è completamente svuotata e tutti gli abitanti erano chiusi nelle proprie case. Codogno era diventata spettrale e i codognini avevano molta paura perché non si conosceva ancora abbastanza bene la portata del virus e le notizie pervenivano in modo piuttosto frammentato. I nomi dei contagiati non sono mai stati resi noti e, pertanto, nessuno di noi era in grado di capire se in qualche modo potesse essere venuto a contatto con uno di loro.

Ritengo che ciò sia avvenuto non tanto per la famosa legge sulla privacy quanto per l’immediata carenza di tamponi che ha determinato una inversione di marcia rispetto alle prime 24 ore, durante le quali venivano sottoposti al tampone anche le persone asintomatiche che avevano semplicemente avuto un contatto con i contagiati.

Dal secondo giorno, infatti, il tampone è stato eseguito solo a coloro che presentavano tutti sintomi del virus e, altre sì, dopo ripetute chiamate al 112.

I giorni a seguire sono stati giorni in cui venivamo bombardati da notizie, comunicazioni, ordinanze di ogni tipo mentre il numero dei contagiati aumentava a dismisura. Non era possibile recuperare nemmeno i beni di prima necessità perché fino a lunedì 24 febbraio ogni tipo di esercizio commerciale era chiuso e non sapevamo nemmeno per quanto tempo questa chiusura si sarebbe protratta. Vivevamo minuto per minuto con gli occhi rivolti alla televisione per seguire i TG e captare quante più informazioni possibili.

Da lunedì 24 febbraio alcuni supermercati sono stati aperti e si sono formate, fin dalle prime ore del mattino, lunghissime code di persone. Purtroppo ci si è ritrovati di fronte all'ennesima “sorpresa” quando ci veniva negato l’accesso qualora privi di mascherina; mascherine impossibili da reperire dato che tutte le farmacie e negozi della zona né erano completamente privi.

Ma in mezzo a tutte queste quotidiane difficoltà ritengo che la cosa più difficile da accettare sia che la città di Codogno e i cittadini vengano additati come se fossimo gli untori del 2020, dato che questo virus era ampiamente prevedibile ed atteso.

Quello che è capitato a Codogno poteva infatti succedere in qualsiasi altra città italiana.

Sentire, inoltre, delle dichiarazioni dove venivano ventilate delle responsabilità della diffusione di questo virus da parte di una gestione “superficiale” dell’ospedale di Codogno è stata l’ennesima sberla morale per noi cittadini che fin dai primi momenti abbiamo manifestato il massimo rispetto delle prescrizioni impartiteci per limitare il più possibile la diffusione.

Come sono cambiate le tue abitudini e quella della tua famiglia?

Le abitudini sono cambiate radicalmente.

Di solito io e mio marito rientravamo a casa dal lavoro non prima delle 20,00 e tra portare fuori il cane, cucinare e cenare era già ora di andare a letto. In casa non eravamo praticamente mai se non quelle poche ore per dormire.

Ora è esattamente il contrario. Siamo chiusi h24 in casa e usciamo solo quel poco tempo necessario per acquistare i beni di prima necessità. Ne abbiamo approfittato per pulire ogni minimo angolo e cimentarci in cucina. D'altronde le giornate in casa, per chi non ne è abituato, sono lunghissime e noi ne usciremo sicuramente ingrassati.

Cosa ti sta insegnando questa situazione? 

Mi sta facendo apprezzare la “libertà” in tutte le sue forme che, nell'epoca storica che stiamo vivendo, è data per scontato.

È proprio vero che non ci si rende conto del vero valore di una cosa finché non ne vieni privato. E noi cittadini della zona rossa ne siamo stati privati.

Secondo te le misure prese dalle istituzioni sono adeguate oppure si è creata psicosi? 

Se adeguate o meno credo sarà solo il tempo a rivelarlo. Di certo la poca trasparenza e coerenza di certe misure ha inevitabilmente contribuito a creare psicosi.

Infatti, a parte noi della zona rossa, inizialmente anche la città di Milano, come altre della cd. zona gialla, sono state poste a limitazioni di orario per quanto riguarda gli esercizi commerciali che somministrano cibi e bevande, sono stati chiusi i musei ecc. Dopo poco più di tre giorni Milano è stata completamente liberata da tali vincoli nonostante il numero di contagiati continuasse a crescere.

Sorge spontanea la domanda: perché Milano sì e noi no? Milano non è sacrificabile mentre dei paesini del lodigiano, che contano complessivamente circa 50 mila abitanti, sì? 

Cosa ti senti di dire alle persone che sono terrorizzate dal Coronavirus? 

Che farsi prendere dal panico in questa situazione è pressoché inutile. Bisogna semplicemente rispettare tutte le indicazioni che ci vengono fornite ed adottare le dovute ed adeguate misure di protezione individuali.

Di certo non va assolutamente minimizzato ma bisogna cercare di credere nelle istituzioni e nella sanità che, purtroppo, fino ad oggi ha dimostrato di essere piuttosto impreparata di fronte a tale emergenza.

Hai paura di prendere il treno, o in generale i mezzi pubblici?

Paura no, ma c’è poco da fidarsi.

Da pendolare già la fiducia era minima, a seguito di tale emergenza è quasi nulla. Ciò in quanto viaggiamo ammassati tra un vagone e l’altro: quadro quotidiano dei viaggi di noi cittadini del lodigiano da/per Milano, potrebbe esserci chiunque, anche un contagiato. Ma purtroppo non si può fare a meno… la vita deve andare avanti nonostante il Coronavirus.
Non ci resta che sperare.

 

Nel racconto di Bianca, c’è una parola preziosa che i cittadini di Codogno hanno perso e pian piano anche noi stiamo smarrendo: la libertà che ci chiude in casa lasciando fuori la realtà.

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