La chiesa di Sant'Ambrogio ad Nemus

  • Stefano Malvicini

In un angolo di Via Peschiera, nei pressi dell’Arco della Pace, sorge quello che resta di uno dei più antichi complessi religiosi di Milano, il convento di Sant’Ambrogio ad Nemus

L’origine del nome è legata a una selva, nemus in latino, vicina alle mura di Milano. Il primo convento sarebbe sorto nel IV secolo, quando in una zona popolata da druidi e sacerdoti dediti a riti celtici pagani, sorse una prima comunità di monaci eremiti che dedicarono l’area a Sant’Ambrogio. La leggenda vuole che San Martino di Tours, cacciato da Milano per volontà del vescovo ariano Assenzio, si fosse rifugiato in quest’area prima della dedicazione ad Ambrogio, nel 358. Anche il grande arcivescovo amava ritirarsi in questa zona silvestre al di fuori delle mura per comporre versi e meditare. La prima cella eremitica si diceva consacrata da Ambrogio, ma le fonti hanno confermato una datazione addirittura precedente, dei tempi di Martino. Poco dopo si insediò un primo ordine di benedettini, ai quali, poi, si affiancarono, per volontà del signore di Milano Martino Torriani, i Carmelitani, giunti in città nel 1250: la convivenza durò da quest’anno fino al 1268, quando i secondi costruirono la loro prima chiesa, Santa Maria del Carmine. Nel 1377 subentrarono gli Agostiniani, mentre nel 1389, in parallelo con la costruzione del Duomo di Milano, sotto il patrocinio di Gian Galeazzo Visconti, venne rifatta la chiesa, provvisoriamente dedicata ai santi Cosma e Damiano. Tra il 1589 e il 1644 il convento fu tenuto dai Barnabiti e, poi, fino al 1798, dai Francescani riformati. Con Napoleone, il convento fu soppresso e trasformato in caserma e deposito. Le opere d’arte qui custodite presero la via della Francia, con una sola eccezione, di cui parlerò più avanti. Dopo la Restaurazione, il convento divenne un ospedale per volontà di Giovanna Romeni e della contessa Laura Ciceri Visconti e, quando il nosocomio si trasferì a Porta Nuova, nel 1840, il complesso fu trasformato in lazzaretto per i colerosi. Quando nel 1852 esso divenne un ospizio per sacerdoti, la chiesa fu restaurata in quattro anni e, nel 1907, fu inaugurata la nuova facciata su Via Peschiera, che ancora oggi vediamo.

La facciata è molto semplice nel suo stile, con una nicchia centrale e due grandi lesene laterali che sorreggono un frontone a timpano triangolare, e, nel complesso, si presenta in uno stile eclettico tendente al neoclassico, e ricorda la soluzione proposta da Agostino di Duccio per San Bernardino a Perugia. Sopra il portale un lunettone semicircolare conferma l’impronta neoclassica della fronte. La struttura del corpo è molto allungata e profonda. Tra la fine della navata e l’inizio del presbiterio, sulla destra, si alza un tozzo campanile.

L’interno è a navata unica, con cappelle laterali, e profondo presbiterio separato dalla navata da un arco trionfale. La decorazione è dei primi del ‘900 e presenta elementi floreali come festoni di fiori e frutta e pare essere stata disegnata da un architetto fiorentino attivo anche in zona, Ulisse Stacchini, che, oltre alle case Donzelli sulle vie Tasso e Revere, di lì a poco avrebbe progettato anche la Stazione Centrale. Nel presbiterio si trovano affreschi di un anonimo seicentesco, raffiguranti le storie di San Matroniano, datati 1618.

 

Una curiosità: nel 1494, Ludovico il Moro fece dipingere, per l’altar maggiore della chiesa, la famosa Pala Sforzesca, capolavoro del primo Rinascimento milanese e opera di un ignoto maestro che ancora oggi prende il nome dalla grandiosa tavola. Questo dipinto fu l’unico della chiesa a non prendere la via francese, ma a restare a Milano. Destinazione? La nuova accademia di Brera, all’epoca gestita dal grande Giuseppe Bossi, dove ancora oggi la possiamo ammirare in tutto il suo splendore.

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