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Il Museo dell'Ombrello e del Parasole di Gignese

A soli 10 km. da Stresa, nel piccolo borgo di Gignese, è presente un museo, a dir poco singolare, che rende omaggio prima di tutto alla genialità artigiana degli ombrellai e poi  ad un oggetto di uso comune  di cui sentiamo la mancanza solo quando diluvia…
 
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I primi ombrellai di Gignese, sulle rive del Lago Maggiore, risalgono alla fine del '700, quando la povertà costringeva all'emigrazione e alla ricerca di un lavoro nel cuore delle pianure lombarde e piemontesi.
E proprio a  Torino ci fu la scoperta di un nuovo mestiere come la riparazione e la costruzione di ombrelli.
L'apprendista, che di solito era un ragazzino di sette o otto anni, veniva affidato dai genitori al maestro il giorno di Capodanno, nella speranza che imparasse  un mestiere.
Molti fecero fortuna, ma altri  ebbero una vita separati dalla famiglia, costretti a  dormire di notte nei fienili in preda ai morsi del freddo e della fame, ma alcuni fecero fortuna a Milano, Torino, Venezia, Locarno, Roma, Napoli, Bari, New York , San Francisco, Sidney, dando vita a ben 180 dinastie ombrellaie originarie di Gignese e delle zone circostanti.
Nel 1939 Igino Ambrosini, figlio di ombrellai, che aveva già creato il Giardino Botanico Alpinia, portò a termine la realizzazione di un progetto che gli stava particolarmente a cuore, il Museo dell'Ombrello e del Parasole a Gignese. 
Per crearlo chiese il supporto degli ombrellai allora sparsi per tutto il paese e della sua famiglia, e grazie al supporto del  Comune, il museo venne collocato  nel palazzo delle scuole.
 
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Dopo la seconda guerra mondiale, nel 1949, il Museo venne ricollocato nella stessa sede, e nel 1976 si trasferì nell'attuale sede edificata grazie all’aiuto del Comune e dell'Associazione Amici del Museo, dalla pianta che ricorda la  forma di tre ombrelli aperti affiancati. 
Nelle vetrine al piano terreno troviamo ben 150 dei 1500 pezzi conservati,  tra cui parasole e parapioggia che ripercorrono l'evoluzione dell’ombrello dall'Ottocento ad oggi. 
Accanto ad essi troviamo numerosi materiali di copertura,  seta e fibre sintetiche, oltre alle impugnature in avorio, in legno, in argento e tutte le minuterie che contribuiscono a rendere l'ombrello qualcosa di bello ed elegante. 
Al piano superiore vi sono numerose esemplari di parasole e  parapioggia, oltre ai figurini di moda e alle  testimonianze dell'attività degli ombrellai,  come le foto dei pionieri, una raccolta degli attrezzi di lavoro, fino alle barselle,  sacche di cuoio o di legno contenenti l'occorrente per le riparazioni, oltre a oggetti legati alla vita quotidiana degli ambulanti fino alle fatture delle fabbriche sparse in tutta Italia. 
In due grandi ombrelloni, dipinti da Felice Vellan, vediamo le vite esemplari di ombrellai, dalla nascita in miseria, all'apprendistato ai primi guadagni lontano da casa, fino al matrimonio e al successo, a cui segue il ritorno al paese in cui l'ex emigrante può sdebitarsi con i suoi concittadini e riposare in pace in una bella tomba del piccolo cimitero.
Un pannello parla del tarusc, il gergo con cui gli ombrellai comunicavano tra loro per difendersi dalla popolazione diffidente. 
Il Museo non è solo un richiamo turistico notevole, ma è la testimonianza dell'operosità e della tenacia degli ombrellai di ieri e di oggi che hanno avuto il coraggio di creare e condurre un'impresa.
 

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