La coltivazione del Gelso in Lombardia

Quest’articolo lo voglio dedicare alla coltivazione del Gelso nella nostra terra lombarda, poiché ha rappresentato per le nostre genti motivo di vanto e di sostentamento anche in un’epoca non tanto remota.pianta gelso lombardia

Tutto ebbe inizio grazie a due frati rientrati da un viaggio in Cina, i quali portarono con loro uova di un piccolo animaletto conosciuto come “baco da seta”.

Dalla terra sicula giunse presto anche nelle nostre terre lombarde, dove la pianta assunse il nome di Gelso, abbandonando quello di “morone”. E veniamo agli Sforza, i quali oltre a qualche danno fecero anche cose egregie, tra cui l’introduzione della coltivazione delle piante di Gelso, in Lomellina soprattutto, per la produzione del baco e indi della seta.

Ludovico il Moro, duca di Milano, amava così tanto la città di Vigevano da renderla il più importante centro tessile della Lombardia e non solo. Sappiamo che a Vigevano all’inizio del Cinquecento si realizzò quello stupendo ciclo degli “Arazzi dei mesi”, detti “Arazzi Trivulzio”.

Importanti fiere annuali inerenti al commercio e la produzione di seta, si tenevano nella città di Pavia, divenuta capitale del Regno Longobardo. Possiamo sicuramente affermare che il baco da seta conquistò la terra lombarda e i suoi contadini. Baco che i milanesi chiamavano “bigàtt, cavalèe o gianin de seda”; tra l’altro il “Bigatè” era chi riforniva gli allevatori delle larve appena nate.

E veniamo così agli anni dei primi del novecento quando non vi era contadino che non allevasse anche piccole quantità di bachi, e le piante del gelso occupavano la campagna lombarda. Ovviamente per la lavorazione e la trasformazione del prodotto in filato era necessario avere una struttura finalizzata allo scopo, ecco così nascere le filande, con impiego di mano d’opera quasi esclusivamente femminile, così come lo era per le risaie. La prima operazione in filanda era quella della cernita, per separare i migliori da quelli meno perfetti, seguiva poi la cernita con riferimento alle dimensioni dei bozzoli, che erano catalogati in grossi, medi e piccoli.

Anche il personale era classificato in tre categorie, e precisamente: la “scoparina”, in dialetto “squera”, che doveva occuparsi della macerazione scartando quelli difettosi e gettandoli in acqua bollente, una volta rammolliti, erano spazzolati trovando così i capi principali, dopo di che passava il tutto alla “filera”, che aveva il compito di unire i diversi capi secondo la dimensione richiesta, poi li introduceva nella filiera sino a farli divenire una matassa. La “tachera” aveva invece il compito di riattaccare i fili andando continuamente avanti e indietro, e perciò doveva essere dotata di una particolare abilità e velocità.

Il lavoro nelle filande non era certo confortevole, così come l’orario, che iniziava al mattino alle sei, alle ore 11, pausa sino a mezzogiorno per poi riprendere e terminare alle 19, dodici ore al giorno per una paga che oscillava dai 45 ai 90 centesimi al giorno per le operaie più abili e anziane, per le aiutanti non si superavano i 45 centesimi, mentre per le ragazzine con meno di dodici anni il salario era di 20 centesimi al giorno per mezza giornata, con l’obbligo, pena licenziamento, di nascondersi in caso di controlli dell’autorità.

Anche le condizioni di lavoro erano carenti, le operaie dovevano lavorare in un ambiente particolarmente afoso, con una temperatura che sfiorava i cinquanta gradi, alcune dovevano stare davanti a bacinelle con acqua bollente, l’odore diveniva insopportabile, anche perché non si potevano aprire le finestre per evitare sfilature dalle macchine e mantenere la giusta umidità necessaria alla seta per essere lavorata, in più i servizi igienici erano spesso in condizioni pietose, tutto questo favoriva il diffondersi di malattie, quali ad esempio la tubercolosi.

Intorno alla metà del ventesimo secolo avvenne un crollo del settore serico, la crisi del 1929 segnò una svolta negativa per la produzione della seta, non solo per il nostro paese ma per l’intera Europa, la scoperta poi di nuove fibre sintetiche indebolì ulteriormente il settore.

Così come le mondine avevano le loro canzoni, anche le filandere non erano da meno, una delle più famose, cantata da Milva, s’intitola proprio La Filanda, e il testo inizia con le parole: “Cos’è, cos’è che fa andare la filanda è chiara la faccenda son quelle come me”. Altri titoli di canzoni sono ad esempio: La filanda de Ghisalba, La filandera, La nostra società l’è la filanda, Quaranta ghei d’inverno e altre ancora, che testimoniano i sacrifici che molte donne hanno fatto e che meritano da parte di tutte le generazioni, il massimo rispetto.

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