Il rito ambrosiano

Una fra le particolarità della diocesi di Milano è il rito ambrosiano, celebrasant ambrogio milanoto in quasi tutta la diocesi con pochissime eccezioni (Monza, Treviglio, Trezzo, con le loro pievi, e qualche altro paese). In Milano città vi sono però chiese tenute da frati o da religiosi, e queste (se non sono chiese parrocchiali) di solito seguono il rito romano. L'ambrosiano, nonostante il nome, non è un rito escogitato da Sant'Ambrogio, ma una liturgia di tipo latino (quindi analoga alla romana) formatasi intorno ai secoli V-VIII.

Il messale di Biasca (borgo svizzero, appartenente allora alla diocesi di Milano, che insieme a una quarantina di parrocchie della diocesi di Lugano conserva il rito ambrosiano), manoscritto del secolo IX oggi conservato alla Biblioteca Ambrosiana di Milano (segn. A 24 bis inf.), mostra come la disciplina liturgica fosse uguale fin agli estremi confini della diocesi.
Il rito resistette a un tentativo di conglobamento in quello di Roma, operato da Carlo Magno. Storici milanesi del basso Medio Evo raccontano che, volendosi abolire il rito ambrosiano, a Roma un fantomatico vescovo Eugenio perorò la causa ambrosiana. Si convenne di affidarsi a un giudizio di Dio: si deposero in una cappella il messale ambrosiano e il romano, chiusi, stabilendo che sarebbe stato da ritenersi legittimo quello che il mattino dopo si sarebbe trovato aperto. Ma si trovarono aperti entrambi i messali, e il rito milanese fu salvo.
Un pericolo ben più grave esso corse al tempo di San Carlo Borromeo. Il Concilio di Trento aveva stabilito che nella chiesa latina si dovessero abolire tutti i riti che non contavano almeno due secoli di vita. Il rito ambrosiano ne contava molti di più, non correva dunque pericoli da questo punto di vista. Solo, il Borromeo ebbe il torto di voler inquietare i monzesi, che seguivano il rito patriarchico, obbligandoli nel 1578 a introdurre il rito ambrosiano; fu in quell'occasione che un canonico di Monza, recatosi a Roma, tanto disse e tanto fece presso la Curia che San Carlo sentì il bisogno di difendere la liturgia ambrosiana.

L'anno liturgico
Per gli ambrosiani come per i romani, l'anno liturgico comincia con la prima domenica d'Avvento; ma mentre i romani contano solo quattro domeniche e iniziano la festa di Sant'Andrea (20 novembre), gli ambrosiani iniziano con la domenica dopo San Martino (11 novembre).
La domenica precedente il Natale (al quale prepara l'Avvento) è detta Domenica dell'Incarnazione; il sacerdote veste paramenti bianchi anziché morelli (una specie di violaceo), come nelle precedenti domeniche.
Nei giorni precedenti il Natale si usa passare a benedire le case (mentre nel rito romano questo si fa a Pasqua). La Messa della vigilia di Natale (almeno nel Duomo di Milano e nelle chiese con Capitolo di Canonici) è posta in mezzo al Vespero; perciò, al canto del Lucernaio, l'inno, seguono alcune letture bibliche, poi la Messa, e a Messa finita si riprendono i Salmi del Vespero. Un uso praticato in molte chiese milanesi nel tempo natalizio è quello di far pendere dall'arco trionfale una stella illuminata.
Nel pomeriggio di Natale si usa cantare due Vespri: il primo in paramenti bianchi è del Natale, l'altro, in paramenti rossi, apre la solennità di Santo Stefano. La Messa di Capodanno, sebbene non offra riti speciali, ha però un testo che ricorda gli usi pagani dell'inizio dell'anno; contro queste superstizioni sono le preghiere, intese a mantenere i fedeli sulla via della legge cristiana.

Anche l'Epifania ha una vigilia in cui la Messa è collocata nel mezzo del Vespero, come per il Natale. Durante i Vesperi dell'Epifania un'antifona è ripetuta ben cinque volte; intanto l'arcivescovo distribuisce i doni al canonico maggiore, ai canonici minori, ai chierici. Una fra le feste del tempo natalizio è quella del 2 febbraio, celebrante il mistero del Bimbo Gesù offerto al tempio di Gerusalemme quaranta giorni dopo la nascita; ma ricorda insieme anche la purificazione compiuta da Maria Vergine secondo il precetto mosaico. In questo giorno — come nel rito romano — si benedicono le candele e si fa una processione. A Milano, fino al 1589, la processione andava dalla chiesa di Santa Maria Beltrade (ora distrutta: rimangono il nome, a una piazza, e un bassorilievo rappresentante la processione, un tempo sopra il portone della chiesa, oggi al Museo del Castello) al Duomo; ora si svolge all'interno del Duomo. In questa processione viene portata una tavola di legno, con l'immagine dipinta della Madonna; la favola è chiamata Idea, nome che deriva dal greco e significa immagine. La Quaresima a Milano non comincia col mercoledì delle Ceneri, come nel rito romano, bensì con la domenica successiva; così il Carnevale milanese continua per tutta la settimana.

Chi dovesse assistere ai Vespri della prima domenica di Quaresima, si meraviglierebbe di udire ancora l'Alleluja (canto che in Quaresima deve cessare), perché fino al tempo di San Carlo quella domenica la liturgia era in paramenti bianchi, quasi a chiusura del tempo natalizio. Fu il santo arcivescovo che, vedendo i suoi milanesi approfittare di questa liturgia sonante di Alleluja per continuare il carnevale, ridusse tale domenica all'austerità di Quaresima. Però, oggi, benché la liturgia sia celebrata in paramenti pentecostali, al Vespero si canta ancora l'Alleluja, quasi dando al carnevale un addio, o meglio un arrivederci a Pasqua.
In Duomo, nel pomeriggio della prima domenica di Quaresima, l'arcivescovo scende a cantare i Vesperi indossando (come nelle principali solennità) non il pluviale ma la pianeta, che toglierà solo a un certo momento del Vespero. Caratteristica del rito ambrosiano in Quaresima è di non celebrare feste di Santi, eccezion fatta per San Giuseppe (19 marzo) e l'Annunciazione della Madonna (25 marzo). La Messa è sempre celebrata in rito quaresimale in colore nero (che è segno non di lutto, ma di stretta penitenza), e in tutti i venerdì di Quaresima non si celebra la Messa, né si distribuisce la Comunione ai fedeli. La settimana santa a Milano porta nei libri liturgici il nome di settimana autentica ed è celebrata coi paramenti rossi. Non conosce i mattutini delle tenebre del rito romano, ma al giovedì santo ha in Duomo due Messe: al mattino, in paramenti bianchi, viene celebrata la cosiddetta Messa Crismale, nella quale si benedicono il Crisma, l'olio per l'Estrema Unzione e l'Olio dei Catecumeni. Dopo questa Messa ha luogo la lavanda dei piedi a dodici poveri, in memoria del gesto di Cristo (Giov. 13,4,5).
La seconda Messa viene celebrata la sera, in paramenti rossi, ed è la Messa in Coena Domini, a ricordo dell'Ultima Cena. Questa Messa è collocata a mezzo del Vespero. Segue una lettura biblica dal libro del profeta Giona: è il racconto della sua condanna a morte mediante annegamento in mare, e del come lo salvi un misterioso cetaceo. Segue la Messa, dove si legge parte del racconto della passione di Cristo secondo il Vangelo di Matteo (26,17-75). II racconto si ferma al pianto dell'apostolo Pietro, che pentito del suo rinnegamento esce piangendo dalla casa di Caifa.

E' da notare che il rito ambrosiano non ha nella settimana santa il canto della Passione di Cristo, dialogato come usa il rito romano, nel quale un cantore funge da storico, un altro personifica Cristo e un terzo gli altri personaggi.
Dopo il canto del Vangelo segue un'antifona presa dalla liturgia bizantina di San Giovanni Crisostomo, il Canone o regola per la consacrazione eucaristica offre in questa Messa molte preghiere diverse. Terminata la Messa, il Santissimo Sacramento viene portato processionalmente a un altare debitamente preparato, detto Scurolo, e qui viene lasciato fino alla notte del Sabato Santo. Tornato il clero all'altar maggiore, si riprendono i Salmi e si conclude il Vespero.
Al venerdì santo non si celebra, come nel rito romano, la Messa Secca o dei Presantificati, né si distribuisce la Comunione. Ma in Duomo, la mattina, si canta il Mattutino, con la lettura della passione del Signore secondo il Vangelo di San Giovanni. Nel pomeriggio, si alternano all'ambone due lettori in dalmatica rossa, che leggono rispettivamente dal libro del profeta Isaia (49, 21-50) (53, 1-12). Questa seconda lettura impressionò molto Alessandro Manzoni, che la ricorda nel suo inno sacro La Passione :

Di che parli, o Veggente di Giuda?
Chi è costui che davanti all'eterno,
Spunterà come tallo da nuda
Terra, lunge da fonte vitali?
Questo fiacco pasciuto di scherno,
Che la faccia si copre d'un velo
Come fosse un percosso dal cielo,
Il novissimo d'ogni mortal?

Che è quasi la traduzione letterale del testo di Isaia. Segue quindi, da parte di un diacono, il canto del Passio, riprendendo la lettura dal Vangelo di Matteo (27, 1-56). Annunciata la morte di Cristo, si suonano le campane (mentre il rito romano lega le campane con la Messa Vespertina del giovedì santo) e si spengono le luci.
Segue poi il rito dell'Adorazione della Croce; ma non v'è il canto dei cosiddetti Improperi, come usa il rito romano. Vengono quindi fatte due letture bibliche: del profeta Daniele (3, 1-24) il racconto della condanna del profeta per non aver adorato la statua di Nabucodònosor, cui segue il canto dei tre fanciulli nella fornace ardente (Dan. 3, 51-59), eseguito da un maestro di coro con un gruppo di fanciulli cantori, mentre dall'altra parte del coro un maestro con due chierici risponde « Amen » ad ogni versetto. La seconda lettura (Daniele, 3, 91-100) è il racconto dei tre fanciulli ebrei condannati alla fornace ardente da Nabucodònosor. Quindi un diacono legge dal Vangelo di Matteo (27, 57-61) la richiesta fatta a Pilato da Giuseppe d'Arimatea, per avere il corpo di Cristo e seppellirlo. Viene cantato il Vespero, che termina con la recita delle orazioni solenni per tutta la gerarchia ecclesiastica, i vari ceti di fedeli, catecumeni, eretici, pagani. Queste orazioni sono cantate da diversi sacerdoti.
La mattina del sabato santo viene letto il racconto biblico del Diluvio, quindi un diacono in dalmatica rossa legge ancora dal Vangelo di Matteo (27, 62-66) la richiesta fatta dal Sinedrio a Pilato di avere guardie per custodire il sepolcro di Gesù, onde impedire il trafugamento della sua salma da parte dei suoi discepoli. La sera del sabato santo, la benedizione del fuoco è fatta in sacrestia e non è solenne come nel rito romano. Quindi dall'ambone un diacono canta il Preconio, detto
anche, dalla prima parola, Exultet, per benedire il Cereo Pasquale. Il testo e la melodia sono ben diversi da quelli romani. Il lume nuovo per l'accensione del Cereo è portato da un suddiacono, senza alcun canto o cerimonia particolare (mentre nel rito romano il nuovo lume è presentato dal diacono al canto Lumen Christi). Vengono fatte sei letture dal Genesi (1, 2-3). creazione del mondo; dal sacrificio di Isacco (Gen. 22, 1-19); sommersione del Faraone nel Mar Rosso (Esodo, 13, 18-24); istituzione della cena pasquale mosaica (Esodo, 12, 1-12); e due letture da Isaia (54, 17-55; 1, 16-19) allusive all'acqua battesimale. Si procede quindi al fonte battesimale, e si deve ricordare che nell'acqua battesimale, a differenza dal rito romano, si infonde solo il Crisma.

Terminata la benedizione, l'arcivescovo battezza tre maschi e impone al primo il nome di Pietro, al secondo quello di Giacomo, al terzo quello di Giovanni. Va osservato che nella notte del sabato santo in tutta la vasta diocesi di Milano è proibito ai sacerdoti di battezzare (eccezion fatta per un caso di necessità); solo l'arcivescovo amministra il battesimo, a ricordo di quando il Battistero era unico.
Dal Battistero si passa allo Scurolo a prelevare il Santissimo Sacramento depostovi la sera del giovedì "santo; quando il Santissimo è rimesso nel tabernacolo dell'altar maggiore si inizia la Messa. Il celebrante, al lato sinistro dell'altare, quindi in centro, poi al lato destro, canta: Christus dominus resurrexit (Cristo Signore è risorto), e ogni volta l'assemblea risponde « Deo gratias », suonano le campane, l'organo, i campanelli. La cerimonia è ricordata ancora dal Manzoni in un inno sacro, La Risurrezione:
Sacerdote, in bianca stola
Esci ai grandi ministeri
Tra la luce de' doppieri
Il Risorto ad annunciare.

In Duomo, il Cereo Pasquale è tenuto sospeso sotto l'arco maggiore.
Dobbiamo ricordare poi che le Rogazioni, o Processioni delle Litanie Minori, nel rito ambrosiano si tengono non già nei tre giorni precedenti l'Ascensione, ma da lunedì al mercoledì dopo l'ascensione. Per il Corpus Domini va detto che oltre ad adoperare il paramento rosso (sempre il rito ambrosiano usa il colore rosso per le funzioni eucaristiche, mentre il romano usa il bianco) l'arcivescovo, portando in processione l'ostensorio, tiene in testa la mitra.
Il 3 maggio si celebra in Duomo la festa dell'Invenzione (= ritrovamento) della Croce; per l'occasione l'arcivescovo, (o in sua vece un canonico) sale con la nivola, escogitata da Leonardo da Vinci, a prendere il Santo Chiodo custodito nelle volte dell'arco maggiore.
Nella terza domenica d'ottobre si celebra la Dedicazione del Tempio Maggiore. Il ricordo è più antico della data della consacrazione dell'attuale Duomo (20 ottobre 1577). Il sabato precedente si cantano i Vesperi primi, e al Magnificat si snoda in Duomo una processione che esce sulla piazza; si chiudono le porte del tempio, quindi l'arciprete con la ferula batte tre volte la porta maggiore, ogni volta dicendo: «Apritevi, o porte». Per le feste dei Santi si osservi che, quando si tratta di un martire patrono di una chiesa, il giorno precedente nel pomeriggio si cantano i cosiddetti Vesperi con Vigilie; durante questa ufficiatura si tengono letture del
racconto del martirio sofferto dal Santo, si va processionalmente al suo altare, quindi, quando il clero è tornato all'altar maggiore, si cantano le litanie dei santi, mentre il funzionante sta disteso e prostrato sui gradini dell'altare. Nel giorno della festa, prima della Messa il celebrante incendia un pallone d'ovatta pendente sopra l'ingresso principale all'altare.
Nelle feste dei Santi patroni si usa, nella messa, leggere una loro discreta biografia.

I Sacramenti
La particolarità più spiccata consiste nel battezzare immergendo la testa del battezzando nell'acqua battesimale, mentre il rito romano usa versare l'acqua sul capo. La Messa ambrosiana è fondamentalmente eguale a quella romana. Tuttavia vi sono differenze, e non consistono solo nella diversità del testo delle formule proprie di ogni festività, ma anche nei fatti che:
1) Se si celebra a un altare non rivolto al popolo, il sacerdote non si volta mai verso il popolo per dire il Dominus Vobiscum.
2) La recita del Gloria in Excelsis non è preceduta (come invece nel romano) da nove Kyrie eleison, bensì seguita da tre Kyrie eleison.
3) Prima di recitare l'orazione (o colletta) non si dice « Oremus » (preghiamo).
4) Ogni Messa di rito festivo ammette tre letture bibliche (una dall'Antico Testamento, una dalle Epistole Apostoliche, una dal Vangelo).
5) In Duomo nelle Messe cantate prima della lettura del Vangelo vengono dati avvertimenti di far silenzio: « Parche fabulis » (Risparmiate le chiacchiere); « Habete silentium » (Fate silenzio); « Silentium habete » (Tenete il silenzio). All'offertorio in Duomo i cosiddetti Vecchioni e Vecchione della Scuola (cioè Confraternita) di Sant'Ambrogio, vestiti all'antica foggia, in nero, con sopra una specie di cotta dalle ampie e lunghe maniche, presentano pane e vino.
6) Dopo il Vangelo segue un Dominus Vobiscum a cui il popolo risponde con tre Kyrie. Quindi il diacono (o in sua mancanza il celebrante) incita alla pace: « Sia pace tra voi ». Dopo la preghiera dei fedeli segue un'orazione, detta Orazione sulla Sindrome, che manca nel rito romano.
7) Fatto l'offertorio, si recita il Credo, se così vuole la festività; mentre nel rito romano si recita il Credo subito dopo il Vangelo.
Cool Ogni Messa ha un prefazio proprio, mentre il rito ' romano conta solo un numero limitatissimo di prefazi.
9) Immediatamente prima della Consacrazione si fa la lavanda delle mani, mentre il rito romano usa questo dopo l'Offertorio.
10) Terminata l'elevazione del calice, il celebrante stende le mani in forma di croce.
11) L'Ostia della Messa viene spezzata dopo la dossologia conclusiva del Canone, mentre il coro recita il canto detto Confrattorio. Il rito romano rimanda la fazione dell'Ostia a dopo la recita del Pater Noster.
12) Recitato il Pater Noster con la sua embologia (spiegazioni : « Liberaci o Signore da tutti i mali passati, presenti e futuri, etc. ») il diacono invita a darsi la pace: « Offerte vobis pacem » (Datevi la pace).
13) Nella conclusione della Messa, dopo il saluto Dominus vobiscum, si risponde: «Et cum spiritu tuo», e si aggiungono tre Kyrie. Impartita la benedizione, il
celebrante (o il diacono) dice: «Andiamo in pace». « Nel nome di Cristo », risponde il popolo.
Altre differenze si osserveranno confrontando il Canone Romano con l'Ambrosiano, che si distinguono l'uno dall'altro in alcune frasi.
Notevole è il canto ambrosiano, che ha una fisionomia diversa da quello gregoriano ed è contraddistinto da un carattere arcaico, con evidenti influenze orientali; piuttosto barbarico, ma, è l'espressione musicale del periodo longobardo-carolingio. Tracce di canto ambrosiano sono nella liturgia galliana (ormai in disuso) e nel rito mozarabico (già rito vigente in molte regioni della Spagna, e ora limitato a una cappella del Duomo di Toledo). I paramenti in uso nel rito ambrosiano sono i medesimi del rito romano, con una differenza per l'amitto, che viene portato non sotto ma sopra il camice; analogamente, il diacono porta la stola non sotto ma sopra la dalmatica.


Mons. Carlo Marcora dottore dell'Ambrosiana

da (Guida ai misteri e segreti di Milano)
Sugar editore – Milano 1967

Vedi anche la Breve storia di Milano

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